Scienza

martedì 16 Giugno, 2026

Ecco come la fauna selvatica ha reagito al lockdown da Covid. Lo studio della Fem: «Con le persone in giro gli habitat si restringono»

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Lo studio grazie ai dati della telefonia mobile. «Ma non tutte le specie reagiscono in modo univoco»

Gli animali selvatici, in particolare uccelli e mammiferi, tendono a ridurre gli spazi frequentati e la varietà di habitat utilizzati quando sono esposti al disturbo provocato dalla presenza umana, soprattutto nelle aree più remote e normalmente poco frequentate dall’uomo. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Science, al quale ha contribuito anche la Fondazione Edmund Mach (FEM).

La ricerca, intitolata “Effetti interattivi della presenza umana e della modificazione del paesaggio su uccelli e mammiferi”, ha coinvolto 82 ricercatori di diversi istituti internazionali. Tra gli autori figurano anche Federico Ossi, tecnologo dell’Unità di Ecologia Animale del Centro Ricerca e Innovazione della FEM, e Francesca Cagnacci, responsabile della stessa unità e attuale presidente della International Bio-logging Society.

Lo studio ha analizzato i movimenti di numerose specie di uccelli e mammiferi in Nord America per comprendere come reagiscano alla pressione antropica. I ricercatori hanno confrontato i dati raccolti nel 2019, considerato anno di riferimento, con quelli del 2020, quando le restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 hanno modificato in modo significativo la presenza umana sul territorio.

Per misurare con precisione il livello di frequentazione umana sono stati utilizzati innovativi indicatori ricavati dai dati della telefonia mobile, mentre i movimenti degli animali sono stati monitorati attraverso strumenti di bio-logging, come radiocollari GPS e altri sensori applicati agli esemplari studiati.

Dall’analisi è emerso che, in presenza di un maggiore disturbo umano, molte delle specie osservate tendono a restringere l’area utilizzata e a limitare la gamma di habitat frequentati. Questo comportamento è risultato particolarmente evidente nelle zone più isolate, dove la fauna è meno abituata alla presenza dell’uomo.

La ricerca evidenzia però anche un altro aspetto importante: non esiste una risposta unica della fauna al disturbo antropico. Le reazioni variano sensibilmente da specie a specie e da contesto a contesto, rendendo difficile formulare generalizzazioni valide ovunque. Per questo motivo, sottolineano gli studiosi, le strategie di conservazione e gestione devono essere calibrate sulle caratteristiche locali degli ecosistemi e delle popolazioni animali.

Sebbene i dati siano stati raccolti in Nord America, i risultati offrono spunti rilevanti anche per altri territori, comprese le Alpi e il contesto trentino, dove la crescente presenza umana nelle aree naturali pone interrogativi sempre più importanti sul rapporto tra attività antropiche e conservazione della biodiversità.

Lo studio è stato coordinato dal gruppo internazionale COVID-19 Bio-logging Initiative, nato all’interno della International Bio-logging Society per analizzare gli effetti dei cambiamenti nelle attività umane sul comportamento della fauna durante la pandemia. Federico Ossi ha contribuito alla gestione e all’analisi dei dati raccolti, oltre a partecipare alla revisione scientifica del lavoro.