La storia
lunedì 12 Ottobre, 2026
Don Gianpietro Simion ricorda l’amicizia col vescovo Joseph Bernardin, scomparso nel 1996: «Tornava qui ogni anno, e tutti gli davano del tu»
di Manuela Crepaz
Primiero si prepara a celebrarlo venerdì con il cardinale Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago
A trent’anni dalla morte del cardinale Joseph Bernardin, Primiero si prepara ad accogliere il cardinale Blase Joseph Cupich, arcivescovo di Chicago. Venerdì alle 20.30, all’auditorium intercomunale di Primiero, il prelato terrà una lectio in memoriam, un evento aperto a tutta la popolazione. Ma chi era Bernardin lontano dagli incarichi ecclesiastici? A raccontarlo è don Gianpietro Simion, suo cugino di primo grado. Ne emerge il ritratto di un uomo che, pur avendo raggiunto i vertici della Chiesa americana, non smise di tornare a Tonadico, dove tutti lo chiamavano semplicemente Joe.
Che cosa resta di Joseph Bernardin trent’anni dopo?
«È un lasso di tempo notevole, eppure in tutti questi anni non si è mai attenuata l’intensità del ricordo in coloro che lo hanno conosciuto. Non è mai venuta meno nemmeno l’attualità del suo insegnamento, che era profondamente religioso, sì, ma anche straordinariamente umano. Di lui resta vivo l’esempio di servizio che ci ha donato, così come è feconda l’eredità che ha lasciato non solo al popolo della Chiesa universale, ma anche alla Nazione in cui è vissuto, che lo ha sempre ascoltato come un vero leader morale».
Da dove comincia la sua storia?
«Joseph nacque nel 1928, primogenito di Giuseppe Bernardin e Maria Simion, emigrati nel South Carolina. Furono anni felici, in una famiglia modesta ma unita nell’amore, che cresceva Joseph e la sorella Elaine con i valori semplici e profondi delle famiglie d’origine. Nel 1934 Giuseppe morì di cancro, e la giovane vedova dovette crescere da sola, con enorme coraggio, i due orfani. Solo nel 1957 Maria riuscì a tornare a Tonadico per una breve visita, a salutare la famiglia lasciata trent’anni prima. Eppure, la lontananza non allentò mai i legami, né con i parenti né con questa terra. Joseph ne andava fiero: agli amici amava ricordare di essere stato concepito a Tonadico, prima che i genitori partissero per l’America».
La carriera, rapidissima, lo allontanò da Primiero?
«Assolutamente no. Fu consacrato sacerdote nel 1952, poi divenne il più giovane vescovo degli Stati Uniti nel 1966, il più giovane Presidente della Conferenza episcopale americana e infine, nel 1982, Arcivescovo e poi Cardinale di Chicago l’anno dopo. Ma mai dimenticò di visitare Primiero almeno una volta all’anno».
Com’erano le sue giornate?
«Amava recarsi a trovare i tanti amici, portava i saluti di sua madre e aveva sempre una parola gentile. Gli piaceva stare in mezzo alla gente, chiacchierare e pranzare con noi parenti e con persone modeste. La cosa divertente è che i sacerdoti di Chicago che lo accompagnavano rimanevano sconcertati nel vedere che la gente qui lo chiamava semplicemente “Joe” e gli dava del tu!».
C’è un episodio che le è rimasto nel cuore?
«Ce n’è uno bellissimo legato alla zia Rita, del Bar Diana, in centro a Fiera, sua grande fan. Insisteva sempre affinché Joseph bevesse un bicchierino di whisky alla salute comune. Quando seppe della malattia del Cardinale, zia Rita promise che ogni primo venerdì del mese avrebbe pregato per lui sul balcone di casa. Il 7 settembre 1996, quando il cancro era tornato e i medici gli avevano dato ormai pochi mesi di vita, il Cardinale le scrisse una lettera a mano. Le faceva gli auguri per i suoi 89 anni e le prometteva di ricordarla nella Messa. E poi, con grande ironia e dolcezza, aggiunse: “Spero che il primo venerdì tu ti sia ricordata di andare sul balcone per raccomandare le tue volontà a nostro Signore… a mezzanotte meno sette minuti!”. Sarebbe morto poco dopo, il 14 novembre».
Lei partecipò alle esequie a Chicago.
«Concelebrai la Messa funebre nella Cattedrale Holy Name insieme a centinaia di vescovi, preti e cardinali. Fu incredibile: fino a notte fonda, migliaia di cittadini di tutte le religioni, ceti sociali e razze rimasero in fila per ore sottozero per un ultimo saluto al loro Cardinale. Ma la cosa che più mi impressionò fu la processione verso il cimitero di Monte Carmelo. Per tutti i dieci chilometri, le strade erano piene di donne, anziani, bambini, uomini in tuta da lavoro, militari sull’attenti, persino operai scesi dai grattacieli con gli elmetti sotto il braccio. Erano tutti lì per salutare quell’uomo umile e gentile che quattordici anni prima, arrivando a Chicago, si era presentato a loro dicendo semplicemente: “I am Joseph, your brother”, io sono Joseph, vostro fratello».
l'intervista
Padre Mattè, cappellano a Bologna: «In carcere degrado e disumanizzazione. Vedere i detenuti tornare cantando dal servizio di volontariato ripaga gli sforzi»
di Anna Maria Eccli
Padre Marcello, roveretano di nascita ma da anni nel capoluogo emiliano: «In prigione ci sono 850 persone, quando i posti sono 450. Quando un detenuto esce è pieno di rabbia e di rancore»
la storia
Il viaggio in Sup da Levico a Venezia di Nicola Zamuner. «Così esploriamo la quotidianità di chi vive il Brenta»
di Johnny Gretter
Il documentario «Come l’acqua del fiume Brenta» realizzato dal giornalista Francesco Leitner ed Eugenia Vigozzi: «Questi luoghi vanno protetti. Vogliamo motivare il pubblico a farlo»
La storia
A sei anni era la mascotte dello Zandonai, oggi Maria Giulia Scarcella è attrice: «Il teatro è sempre stato la mia casa»
di Anna Maria Eccli
L’attrice roveretana, formata alla Silvio D’Amico, racconta il percorso iniziato da bambina, il lavoro con il Teatro Stabile di Bolzano e l’impegno nelle scuole: «Il teatro è una grande famiglia alla quale sono felice di appartenere»
Commenti:
Devi effettuare il login per poter pubblicare un commento.