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martedì 13 Gennaio, 2026
Dalle cellule staminali una speranza per due malattie rare: «Una nuova procedura consente di evitare il rigetto»
di Redazione
Lo studio firmato da Valentina Poletti (medicina biomolecolare). Entrambe le patologie si manifestano nei primi anni di vita
Una nuova prospettiva terapeutica si apre per due rare e gravissime malattie genetiche grazie a uno studio preclinico condotto dall’Università di Padova. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Molecular Therapy con il titolo “Lentiviral Hematopoietic Stem Cell Gene Therapy ameliorates GM1-gangliosidosis in mice”, riguarda la Gangliosidosi GM1 e la Mucopolisaccaridosi di tipo IV-B, conosciuta anche come Morbo di Morquio B.
Entrambe le patologie rientrano nel gruppo delle Malattie da Accumulo Lisosomiale (LSD), un insieme di oltre settanta malattie rare caratterizzate da un progressivo deterioramento dell’organismo. All’origine di queste condizioni c’è il malfunzionamento dei lisosomi, strutture fondamentali della cellula deputate alla degradazione e al riciclo delle sostanze di scarto attraverso specifici enzimi.
Quando uno di questi enzimi è assente o difettoso, i materiali non vengono smaltiti e si accumulano in modo tossico all’interno delle cellule, provocando danni progressivi e irreversibili. Nel caso della Gangliosidosi GM1 e della Mucopolisaccaridosi IV-B, il problema è legato alla carenza dell’enzima beta-galattosidasi, che determina l’accumulo di gangliosidi e cheratan solfato, con conseguenze devastanti sul sistema nervoso e su numerosi organi, tra cui ossa, cuore, fegato e milza.
Lo studio, condotto dal team del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino dell’Ateneo patavino, ha sperimentato una strategia avanzata di terapia genica su un modello murino affetto da Gangliosidosi GM1. «La ricerca ha testato con successo un approccio basato sul trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche geneticamente corrette», spiega Valentina Poletti, direttrice dello studio.
La procedura prevede il prelievo delle cellule staminali dallo stesso soggetto, la loro modifica genetica in laboratorio e la successiva reinfusione. «Questo metodo – sottolinea Poletti – consente di evitare il rigetto e, allo stesso tempo, permette la rigenerazione di cellule del sangue e del sistema immunitario funzionali, comprese le cellule microgliali del cervello».
Nel modello animale, le cellule corrette per produrre una beta-galattosidasi funzionante sono state reinfuse sia nel circolo sanguigno sia direttamente nel Sistema Nervoso Centrale, coinvolgendo cervello e midollo spinale.
I risultati ottenuti sono stati rilevanti. «Abbiamo osservato un efficace ripristino dell’attività enzimatica, una significativa riduzione dei segni patologici, un netto miglioramento delle capacità motorie e della coordinazione, oltre a un prolungamento della sopravvivenza degli animali trattati», evidenzia la ricercatrice.
Secondo il team padovano, i dati raccolti indicano un forte potenziale terapeutico anche oltre la Gangliosidosi GM1. «L’efficacia dimostrata nel contrastare la neurodegenerazione apre una concreta opportunità di trattamento anche per la Mucopolisaccaridosi IV-B, che condivide la stessa causa enzimatica», conclude Poletti.
Lo studio rappresenta così un passaggio chiave nella fase preclinica verso lo sviluppo di una terapia potenzialmente risolutiva per malattie oggi prive di cure definitive. Le Malattie da Accumulo Lisosomiale, spesso a esordio infantile e con decorso severo, restano una delle grandi sfide della medicina moderna. La terapia genica con cellule staminali si conferma una delle frontiere più promettenti nella ricerca di una correzione stabile e duratura della causa della malattia.
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