cronaca

giovedì 1 Ottobre, 2026

Dal padre di Sara Piffer ai genitori di Adele Cobelli, a Lavis i familiari delle vittime: «L’auto è un’arma e può uccidere, non chiamiamoli incidenti»

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Ieri a Lavis l’evento «Strade in-sicure. Responsabilità collettiva» per affrontare il tema della sicurezza stradale. Presente anche la famiglia di Matteo Lorenzi

Tre mesi fa la scomparsa della quattordicenne Adele Cobelli ha sconvolto la comunità lavisana. Prima della sua quella del sedicenne Matteo Lorenzi nel 2024 e della diciannovenne Sara Piffer lo scorso anno. Tutti ragazzi giovani che sono morti mentre facevano ciò che più amavano: andare in bicicletta. Morti premature e che si sarebbero potute evitare.

Proprio per questo motivo dall’unione dell’amministrazione comunale di Lavis in collaborazione con la Federazione ciclistica italiana, il Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti (Cnca) e la Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta (Fiab) è nato l’evento «Strade in-sicure. Responsabilità collettiva» per affrontare il tema della sicurezza stradale. La serata è iniziata con un applauso ai genitori di Adele, Sara e Matteo.

«L’estate è iniziata con un lutto cittadino che ha scosso tutti noi – ha detto il sindaco di Lavis Luca Paolazzi – sono sicuro ci siano le risorse per sconfiggere le paure e le insicurezze». A seguire, l’intervento del presidente del Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti, Claudio Bassetti: «Stiamo ragionando e creando dibattiti, momenti comunitari su questi temi per metterci a disposizione dei bisogni e delle istanze delle persone e per ragionare cosa significhi il termine sicurezza. Uno dei temi decisivi è quello della sicurezza stradale, cioè il diritto di ogni persona di poter tornare a casa. Chi ha il mezzo più potente ha molta più responsabilità rispetto a chi viaggia indifeso». Emilio Guastamacchia ha poi illustrato i dati ottenuti dalla ricerca sull’incidentalità ciclistica «L’Atlante italiano dei morti e feriti gravi in bicicletta», realizzata dal Politecnico di Milano. «Gli incidenti che abbiamo tenuto in considerazione sono quelli con incidenti gravi con interventi della polizia. A livello nazionale l’incidentalità fino al 2024 è rimasta stabile. Il numero totale di incidenti in bicicletta è pari a 16.000 eventi. Il 10% degli incidenti gravi nel nostro paese riguardano quindi i ciclisti. Trento si posiziona al quarantacinquesimo posto con 430 incidenti, Bolzano invece ne conta quasi 2.000. Quello che emerge dalla lettura è che le regioni del nord hanno un tasso di incidentalità più elevata anche perché sono le zone in cui viene maggiormente utilizzata la bicicletta.

Nella Provincia di Trento il trend è costante e si attesta attorno all’11-12% dell’incidentalità. La maggior parte degli scontri avviene tra biciclette e autovetture e le strade più pericolose sono quelle con la carreggiata con il doppio senso di marcia (78% degli incidenti). Dalla lettura dei grafici, emerge che gli uomini over 40 e over 65 sono le fasce che vengono coinvolte maggiormente in incidenti mortali e le vittime, sia feriti che morti sono per la maggior parte di genere maschile. Ciò che abbiamo rilevato ci permette di fare quattro osservazioni: analizzare questi dati ci consente di capire in quali zone la bicicletta viene utilizzata maggiormente, perché queste informazioni sono scarse, quelle che vengono rilevate sono molto incentrate su ciò che riguarda l’automobile, ma delle biciclette non sappiamo nulla».

Marco, fratello di Michele Scarponi e presidente della Fondazione Michele Scarponi ha raccontato del Giro d’Italia del 2016 e di come il fratello sia stato ucciso. «Il ciclismo è un patrimonio della nostra Italia e ora sta un po’ scomparendo. Mio fratello ha rinunciato alla vittoria della tappa del Giro d’Italia per aiutare Vincenzo Nibali e favorire la sua vittoria. Il piede a terra, nel logo della nostra fondazione, rappresenta proprio questo: il suo gesto di altruismo. Noi cerchiamo di portare questo piede a terra in tutti i progetti che facciamo perché per noi significa donare una strada senza più morti. L’auto è un’arma – ha aggiunto – Ci ho messo diverso tempo a dire che mio fratello è stato ucciso, ma è giusto dirlo perché non si può continuare a chiamarli incidenti. Le parole sono importanti perché non è stata un’automobile a uccidere Michele, ma un automobilista. Gli articoli che leggiamo sono tutti così, siamo arrivati a giustificare ciò che avviene. Il mostro più grande siamo noi, persone normali che ogni giorno si spostano e commettono infrazioni. Spesso l’omicidio stradale è un omicidio della società. Nella costruzione di una cultura della sicurezza stradale ogni volta che qualcuno prende in mano il cellulare in macchina è coinvolto perché non è custode del valore della vita». Ha poi concluso con una riflessione sull’odio nei confronti dei ciclisti, sui commenti presenti sui social e sul significato di libertà di parola. «Scrivere commenti del genere significa uccidere ancora una volta le persone mancate e istigare all’odio. Ma se vogliamo dare un senso a queste morti dobbiamo imparare a farlo e anche imparare a parlarne».
Gli ultimi a salire sul palco sono stati i genitori delle ragazze e dei ragazzi che sono morti, accolti dall’applauso di tutti i presenti. «Matteo è partito di casa e l’ho salutato ha detto il padre Luca – mi ha detto “ciao papà, ci vediamo questa sera, vado ad allenarmi” e poi su un rettilineo un furgone ha svoltato senza guardare e la nostra vita è cambiata e proviamo ad andare avanti. Finché non succede all’interno della propria famiglia le cose vengono dimenticate velocemente».
Forte il richiamo del padre di Sara Piffer: «“Papà noi stiamo attenti, sono gli altri che non stanno attenti a noi”. È ciò che ci ha detto Sara prima di uscire di casa».

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