Studi e ricerche

lunedì 9 Ottobre, 2023

Da Vaia al fluido che provoca smottamenti. Rosatti racconta il «modello matematico anti-disastri»

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Diversi gli incontri per la Settimana della Protezione civile, oggi e domani si terrà quello organizzato da Ingegneria

«Un campanello d’allarme». Cinque anni fa, durante la tempesta Vaia, una colata di detriti travolse Dimaro in val di Sole, uccidendo una donna e investendo un campeggio. A rendere il disastro ancora più grave fu il crollo di opere di difesa costruite sul torrente negli anni precedenti, quando il cambiamento climatico non era un tema all’ordine del giorno. «Le opere che per decenni hanno protetto il territorio possono trasformarsi in elementi che generano pericolo. Non vuol dire- che le opere di difesa non sono più efficaci, ma servono maggiori studi e un cambio di paradigma», spiega Giorgio Rosatti, professore di Meccanica dei Fluidi e Protezione Idraulica dell’Università di Trento, tra gli autori di un ambizioso modello matematico per prevedere colate e valanghe. Lo studioso presenterà il suo lavoro al convegno «Pericolo alluvionale, opere di mitigazione e rischio residuo: come gestire i cambiamenti nel tempo?», organizzato dal Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica dell’Università di Trento e dal Servizio Bacini Montani lunedì 9 e martedì 10 ottobre alla Sala della Cooperazione di Trento. Si tratta del primo evento organizzato nell’ambito della Settimana della Protezione civile, dal 9 al 15 ottobre, che coinvolgerà tutte le Strutture operative con dimostrazioni, dialoghi con la popolazione e attività rivolte a bambini e adulti.

Professor Rosatti, cos’è successo sul Rio Rotian?
«Un evento piovoso di grande intensità ha indotto una serie di smottamenti che ha messo in crisi la stabilità di alcune opere. Alcune di queste hanno ceduto, generando un processo a cascata che ha provocato il cedimento di una serie di opere di difesa, che hanno rilasciato il materiale che trattenevano. Il risultato sono stati sedicimila metri cubi di materiale mobilitato, che il canalone costruito anni prima non è riuscito a contenere. Il materiale, anziché curvare con il canale, è andato dritto, uscendo in più punti. Da una parte travolgendo un campeggio, in cui per fortuna non c’era nessuno, e dall’altra parte su alcune abitazioni, dove purtroppo c’è stata una vittima».

Cosa rende questo disastro diverso dagli altri?
«Il materiale era immagazzinato dalle stesse opere di prevenzione che in eventi pregressi lo avevano trattenuto. Per noi è stato un caso eclatante perché ci ha mostrato che opere di sistemazione che per decenni hanno protetto egregiamente il territorio possono trasformarsi in elementi che generano pericolo. Se vogliamo evitare questo tipo di fenomeni in futuro dovremmo stare attenti a tener conto che le cose stanno cambiando».

Lei si occupa della modellazione matematica per prevenire le colate
«Le colate detritiche si formano quando piove molto, e l’acqua scorrendo si porta dietro materiale roccioso sciolto, creando un miscuglio che si comporta come un fluido a sé stante con caratteristiche particolari. Sapere come si muove questo fluido, quantificare l’erosione che provoca e dove il materiale si accumula sono informazioni chiave per progettare interventi di prevenzione e di protezione. Il nostro compito è quello di elaborare strumenti numerici per ricostruire come, perché e quando si innescano queste colate».

I modelli matematici disponibili non bastavano?
«L’evento del 2018 ha avuto delle caratteristiche peculiari, per cui con la modellazione di cui disponevamo riuscivamo a descrivere solo la parte finale, a valle. Abbiamo cercato di estendere la possibilità di modellare questi fenomeni a partire dalla cima, quindi descrivere quello che succede a livello di bacino».

Potrebbe spiegarci qualcosa in più?
«Per validare i nostri modelli abbiamo bisogno di dati reali. Per questo in laboratorio abbiamo realizzato un modello fisico, fatto di polistirolo ma ricoperto di materiali con caratteristiche simili a quelle reali, in grado di simulare la colata osservando, ad esempio, dove si depositano i sedimenti. Questi dati li usiamo per preparare il modello matematico. Confrontiamo poi la simulazione ottenuta con il modello matematico con quello fisico, per vedere se riusciamo a riprodurre decentemente quello che succede e come migliorare. Realizzare modellini è costoso e complesso, quindi si può fare in un numero molto limitato di casi. Ma una volta appurato che la simulazione funziona – i risultati sono stati molto soddisfacenti – elaboriamo uno spettro di dati per prevedere cosa accade modificando vari parametri. Ad esempio cosa succede se costruisco uno sbarramento come una briglia, un canalone, quanto cambia la quantità di pioggia necessaria a innescare la colata».