Cronaca

venerdì 22 Maggio, 2026

Compra una cintura falsa da 20 euro: 16enne finisce a processo. Canestrini: «Sbagliato l’automatismo delle segnalazioni a scuola»

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Studente prosciolto in udienza preliminare dall'accusa di contraffazione. L'avvocato: «La segnalazione sostituisce l'azione educativa con le procure, togliendo autonomia ai presidi»

Aveva comprato su un sito online una cintura contraffatta da 20 euro per un suo compagno di classe, una ragazzata, per cui però un minore di una scuola roveretana ha rischiato un processo con l’accusa di commercio di prodotti contraffatti. La storia si è poi conclusa con il proscioglimento in udienza preliminare, ma solo dopo che il 16enne è stato sottoposto a indagini, rinviato a giudizio e ha subito un forte stress. Per l’avvocato Nicola Canestrini, che ha assistito il minore e la sua famiglia, la vicenda è l’«ennesimo frutto malato del protocollo firmato tra dipartimento d’istruzione e le procure di Trento e Rovereto che ha costruito un pericoloso automatismo. Uno per cui di fronte a un fatto tenue, che richiederebbe un’azione educativa, professori e dirigenti sono invece tenuti ad avvisare l’autorità giudiziaria con tutto quello che poi ne può conseguire».

La vicenda comincia nel 2025 in una scuola superiore di Rovereto frequentata dal minore, 15enne all’epoca dei fatti. Il giovane aveva acquistato a basso prezzo su un sito internet alcuni capi di abbigliamento contraffatti. Alcuni suoi compagni di classe gli avevano chiesto come facesse ad avere capi del genere, il giovane aveva spiegato che si trattava di abbigliamento contraffatto pagato a poco prezzo online. Gli amici gli avevano quindi chiesto di acquistare alcuni capi anche per loro. Il giovane lo aveva fatto e avrebbe spiegato poi agli inquirenti di aver utilizzato i suoi soldi chiedendo poi un piccolo sovrapprezzo agli amici, non per guadagnarci, ma per coprire il rischio che ci fossero problemi con le spedizioni.

La mamma di uno degli amici era poi venuta a sapere dal figlio della vicenda, quando il giovane le aveva chiesto 20 euro per una cintura che aveva fatto ordinare al 15enne finito poi nei guai. La madre dell’amico ne aveva quindi parlato con una professoressa nel corso di un’udienza, professoressa che aveva poi notificato la cosa al dirigente scolastico. «Il buon senso a questo punto vorrebbe che la professoressa e il dirigente effettuassero un intervento educativo, spiegando ai giovani i danni del mercato contraffatto e l’errore commesso – osserva Canestrini –. Ma purtroppo a causa del protocollo non è quello che è successo».

Il protocollo infatti prevede che quando ci sia il sospetto di un reato o di condotte che «comportano pregiudizio al benessere degli studenti» la scuola debba segnalare tutto all’autorità giudiziaria e non «informare la famiglia del minore, indagare sulla veridicità dei fatti o effettuare alcuna indagine interna». E infatti il dirigente nella sua comunicazione ai carabinieri di Rovereto specifica di non aver contattato né gli studenti, né le loro famiglie e si scusa anche per il ritardo nella comunicazione dovuto al suo rientro dopo una settimana lontano dal lavoro.

«Mi sarei aspettato l’archiviazione prima, invece c’è stato il rinvio a giudizio e solo dopo, in udienza preliminare, il proscioglimento – osserva Canestrini –. Un periodo lungo, per un fatto microscopico, che ha pesato sul giovane». Secondo Canestrini però il problema non è il caso singolo, ma il sistema generale. «Il problema è il protocollo – commenta l’avvocato – perché costruisce un automatismo pericoloso che toglie a professori e dirigenti l’autonomia dell’azione educativa».

Si tratta di un protocollo che secondo l’avvocato «è chiaro sia nato con l’idea di aiutare la scuola in casi particolari e delicati, come quelli legati a violenze o bullismo, ma non hanno capito, o non hanno voluto capire, che poi si sarebbe attuato per qualunque ipotesi di reato, creando situazioni come questa». Secondo Canestrini quindi il protocollo è «da cestinare il prima possibile. Piuttosto si faccia formazione a professori e dirigenti, in modo da aiutarli a capire come comportarsi di fronte al sospetto di un reato, per capire quando intervenire con un’azione educativa e quando invece segnalare. Rispettando l’autonomia della scuola».