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martedì 7 Febbraio, 2023

Chico Forti, 64 anni e più di 20 in carcere: «La speranza mi tiene vivo»

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La città festeggia i 64 anni dell’ex imprenditore in cella in Florida dal 2000. A Palazzo Benvenuti domani verrà scoperta l’opera, regalo dei Bocelli. Lo zio: «Simbolo di solidarietà»

Sessantaquattro candeline da spegnere ancora una volta dietro le sbarre, urlando per l’ennesima volta la propria innocenza, costretto a stare lontano dai propri affetti, così come ormai avviene da 23 anni a questa parte. «Chico si augura di poter riabbracciare l’anziana madre di 95 anni e i suoi cari, e questa è una speranza che lo tiene vivo. Non è mai stato uno di quelli che si piange addosso. Confidiamo tutti nel suo rientro in Italia, quanto prima: non deve essere fatto morire in un carcere americano». A parlare, con l’emozione che risuona chiara nelle sue parole, è Gianni Forti, zio del trentino Chico, ex velista ed ex produttore televisivo, in cella negli Usa dal 2000, condannato all’ergastolo con l’accusa di omicidio, quello di Dale Pike. Un’accusa che lui ha sempre respinto con forza, ritenuta infamante e non vera anche da amici e familiari che in questi anni hanno fatto sentire la loro vicinanza e realizzato una serie di iniziative a suo nome in tutta Italia. Come quella in programma per domani, la data appunto del compleanno di Chico Forti: nel pomeriggio, dalle 18.30, a Palazzo Benvenuti in via Belenzani, sarà inaugurata la statua a lui dedicata, intitolata «Chico Forti sono io». Realizzata dall’artista Nello Petrucci, con la collaborazione dell’imprenditore Gualtiero Vanelli, fondatore di Civiltà del Marmo, e della famiglia del tenore Andrea Bocelli, l’opera è stata voluta per dare voce alla causa di rimpatrio del 64enne, anche attraverso l’arte. «Perché non venga abbassata la guardia e l’attenzione» spiega lo zio Gianni. «Ci saranno gli amici, le autorità locali e anche lo stesso scultore per l’occasione, e verrà ascoltato un vocale registrato da Chico che ringrazierà tutti» prosegue il parente. L’opera in marmo di Carrara, del peso di 18 quintali, rappresenta il trentino piegato, con una mano intrappolata nelle sbarre. Alta due metri circa, si trova già posizionata nel cortile interno della Cassa Rurale di Trento. Domani verrà mostrata al pubblico. «La statua è stata donata dai Bocelli alla città di Trento – riferisce Gianni Forti – e vuole essere un simbolo di solidarietà, di collegamento tra la nostra città e le altre in cui si sono già svolti eventi in nome di Chico, e ancora un simbolo del supporto dato da Trento e dalla politica, e di empatia nazionale su questa vicenda». Una vicenda di cui si parla da anni e che è diventato un caso internazionale. Di cui ora si fatica a scrivere i capitoli successivi.
Era fine dicembre del 2020 quando l’allora ministro degli Esteri Luigi Di Maio annunciava il possibile ritorno a breve in Italia, in carcere, ma ad oggi il trentino non è ancora rientrato per scontare la pena, come previsto dalla convenzione di Strasburgo. Forti è ancora in attesa di rimpatrio. L’unico trasferimento fatto, ormai più di un anno fa, è quello in una sezione diversa del penitenziario della Florida. Lì dove è assieme ad altri detenuti e di alcuni cani. Uno in particolare è diventato il suo amico fedele. «Sono in un’istituzione per gente che sta per essere rimpatriata — aveva raccontato, poche settimane fa, il detenuto, a Gaston Zam, durante un servizio tv — per fortuna sono in compagnia di un cane che è diventato il mio migliore amico, il mio compagno di giorno e di notte, mi aiuta moltissimo a rimanere positivo, perché è due anni da quando è stata firmata l’autorizzazione del governatore». Lo zio ci spera di riaverlo presto in patria. «Stiamo aspettando l’intervento della politica – sospira – la commutazione della pena è uno degli ostacoli che non si è riusciti a superare; non rimane che confidare che la richiesta di farlo rientrare in Italia, così come previsto dalla convenzione di Strasburgo, venga finalmente accolta, che si realizzi. Ci speriamo, al di là delle promesse dei precedenti governi».
Un contatto con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni c’è già stato. «Ha detto che sosterrà il ritorno di Chico entro le sue possibilità e mi auguro che ci sia una sollecitazione da parte del governo italiano – prosegue il familiare – la revisione del processo, nonostante le prove dell’innocenza di mio nipote, non è mai stata presa in considerazione. Chico non venga fatto morire in un carcere americano».