Il sopralluogo
mercoledì 15 Luglio, 2026
Carcere di Spini, l’appello del garante al sindaco di Trento: «Ianeselli riconosca la residenza ai detenuti senza cittadinanza»
di Lucia Ori
Ieri visita al braccio femminile: «Attendiamo apertura Spini Pizza entro dicembre»
A dare concretezza alle parole della Costituzione, sono spesso le realtà che ogni giorno lavorano dentro e fuori il carcere. «Viviamo in un momento storico in cui sempre meno ciò che è scritto nelle norme viene rispettato dalle autorità, dal diritto internazionale fino a quello interno. Le disposizioni che tutelano le persone detenute sono oggetto di violazioni costanti ed è grazie all’attività delle associazioni di volontariato se questo continua a vivere nella pratica», afferma il garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Trentino, Giovanni Maria Pavarin. L’occasione è la Giornata nazionale di sensibilizzazione sulle carceri, promossa dall’Alleanza per l’Articolo 27, una rete che riunisce oltre duecento realtà associative italiane. Dopo la visita al reparto femminile del carcere di Spini di Gardolo da parte di una delegazione, nel Laboratorio di Apas, si susseguono racconti diversi ma accomunati dalla stessa impressione: quella di una realtà che non lascia indifferenti.
«È facile parlare di carcere quando lo si osserva da lontano. Farlo dopo aver visto le condizioni di vita all’interno e aver guardato negli occhi le detenute è completamente diverso», osserva la vicesindaca di Trento Elisabetta Bozzarelli. Per questo, aggiunge, è fondamentale mantenere un rapporto costante tra il carcere e la città. «C’è un bisogno profondissimo di relazioni e il contatto con la comunità cittadina può diventare una parte essenziale del percorso di reinserimento.» Una domanda, però, resta sullo sfondo di ogni visita: che cosa accade quando la pena finisce? È proprio a questo interrogativo che cercano di rispondere le associazioni che operano all’interno della casa circondariale. «È importante che il sociale entri in carcere. Offriamo percorsi di vita, non soltanto opportunità lavorative. Accompagniamo le persone in un graduale ritorno nella comunità, non solo insegnando loro un lavoro, ma inserendoli in un sistema di relazioni», spiega Maria Coviello, presidente di Apas. Tra i progetti più attesi c’è Spini Pizza, la pizzeria all’interno del carcere che, spiega, «dovrebbe aprire entro dicembre». «È uno degli strumenti con cui vogliamo avvicinare la cittadinanza alla realtà penitenziaria», racconta Lucia Fronza Crepaz, presidente della Conferenza regionale volontariato giustizia del Trentino-Alto Adige.
L’apertura era inizialmente prevista per settembre, secondo quanto era stato annunciato dall’assessore allo politiche sociali Mario Tonina. Il percorso di resinserimento si fa ancora più complesso per le persone straniere. «Attualmente ci sono circa 209 detenuti stranieri a fronte di 170 italiani. I numeri cambiano rapidamente, ma la presenza di persone non italiane oscilla stabilmente tra il 50 e il 70 per cento», spiega ancora Fronza Crepaz. «Tutte le persone detenute devono poter vedere riconosciuta la propria identità all’interno della comunità. Devono poter essere viste», aggiunge Violetta Plotegher, presidente di Atas. Solo nel 2026 l’associazione ha svolto 276 colloqui all’interno del carcere. «Sono soprattutto le persone con background migratorio a incontrare le maggiori difficoltà nel costruire un progetto di vita. Molte prospettive si infrangono contro procedure amministrative sempre più complesse». Tra gli ostacoli meno visibili, ma più determinanti, c’è proprio quello della residenza anagrafica. Un requisito amministrativo che, nella pratica, condiziona l’accesso ai servizi territoriali e ai percorsi di reinserimento. L’ordinamento penitenziario prevede infatti che il detenuto privo di residenza venga iscritto nei registri della popolazione residente del Comune in cui è ubicato il carcere. Nel caso della casa circondariale di Spini, dunque, l’iscrizione dovrebbe avvenire nel Comune di Trento. Non si tratta di un semplice adempimento burocratico. La residenza rappresenta infatti il presupposto per la presa in carico da parte dei servizi sociali e, di conseguenza, per l’attivazione di numerosi percorsi di accompagnamento. È anche attraverso questo passaggio che possono essere costruiti gli interventi di sostegno sociale e lavorativo portati avanti dalle realtà del territorio.
Ed è proprio su questo punto che, secondo Pavarin, la legge e la sua applicazione finiscono per divergere. «Le persone straniere prive di permesso di soggiorno non vengono iscritte all’anagrafe del Comune di Trento», afferma Pavarin. Alla base della prassi c’è una circolare del Ministero dell’Interno che, nell’interpretazione seguita dalle amministrazioni, escluderebbe l’iscrizione anagrafica degli stranieri irregolari. Una lettura che il garante contesta. «Il diritto alla residenza anagrafica delle persone sottoposte a una misura detentiva prescinde dalla nazionalità e dalla regolarità del soggiorno. La Corte costituzionale ha chiarito che negare l’iscrizione anagrafica incide sulla dignità della persona». Per questo Pavarin ha deciso di rivolgersi direttamente al sindaco di Trento, Franco Ianeselli. «Tre giorni fa gli ho inviato una mail chiedendo che questa prassi venga superata e che la normativa venga applicata secondo quanto previsto dalla legge». La domanda, alla fine, è semplice: se non permettiamo a queste persone di accedere ai percorsi di rieducazione, come possiamo costruire una società più giusta?
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