Cronaca
venerdì 3 Luglio, 2026
Caporalato nelle vigne della val d’Adige: venti operai sfruttati. E ora tremono le aziende
di Ubaldo Cordellini
Costretti a stare nei campi per 11 ore al giorno, per sette giorni a settimana per 8 euro all’ora in nero. E lui si teneva almeno il 20%. Per chi non si adeguava botte e minacce. I dettagli dell'operazione dei carabinieri
Lavoravano nei vigneti e nei frutteti della Valle dell’Adige undici ore al giorno, con mezz’ora di pausa pranzo, sette o, quando andava bene, sei giorni a settimana, per una paga di 8 euro all’ora in nero. Ma una bella fetta se la teneva lui, il «caporale»: Muhammad Suleman, 50 anni, cittadino italiano residente da anni in Trentino, ma originario del Pakistan.
Lo sfruttamento
L’uomo, impiegato da tempo in un’azienda agricola, aveva organizzato un sistema per sfruttare una ventina di connazionali, costretti a lavorare per lui. Era lui a tenere i contatti con le aziende e, molto spesso, a pagare lo stipendio ai braccianti. Peccato che non solo trattenesse una quota cospicua dello stipendio – dal 20 al 30 per cento della paga – ma si facesse anche pagare profumatamente i propri “servizi”, come il trasporto sui campi con la sua automobile.
Per allargare il giro d’affari reclutava a forza i giovani appena arrivati e talvolta costringeva a lavorare per aziende che trovava lui il sabato e la domenica anche chi aveva già un impiego, privandolo così dei giorni di riposo. Chi non ci stava rischiava grosso: prima partivano le botte, poi le minacce di ritorsioni contro i parenti in Pakistan. Intimidazioni che spesso avevano effetto, poiché i giovani braccianti non parlano bene l’italiano e vivono in una condizione di totale isolamento che li lasciava in balìa dello sfruttatore. Lo sanno fin troppo bene i due giovani e coraggiosi operai agricoli pakistani che lo hanno denunciato dopo essere stati picchiati duramente, in due momenti diversi, per non essersi piegati al suo volere. I due si sono rivolti ai carabinieri e ieri mattina all’alba gli uomini della compagnia di Borgo Valsugana e della sezione di polizia giudiziaria presso la Procura della Repubblica hanno arrestato il caporale.
L’arresto
L’ordinanza di custodia cautelare è stata chiesta dal pubblico ministero della Procura di Trento Davide Ognibene per i reati di intermediazione illecita aggravata e sfruttamento del lavoro, tentata estorsione aggravata in concorso, lesioni personali aggravate in concorso e violenza o minaccia per costringere a commettere un reato.
Le indagini hanno subìto una forte accelerazione nelle ultime settimane, visto che l’uomo ordinava vere e proprie spedizioni punitive nei confronti di chi si ribellava. Il timore degli inquirenti era che la situazione potesse degenerare in episodi tragici, come quello accaduto in Calabria, dove due caporali hanno bruciato in un’auto quattro braccianti pakistani e afghani per aver osato opporsi ai loro taglieggiamenti.
Denaro in casa
In casa dell’arrestato sono state trovate consistenti somme di denaro in contanti:
per la precisione 6 mila euro, 1.200 sterline e 33 mila rupie pakistane. L’uomo comparirà davanti al GIP entro 48 ore per l’interrogatorio di garanzia.
Ora tremano le aziende
Ora le indagini dei carabinieri mireranno a stabilire se la decina di aziende agricole dell’asta dell’Adige, tra Trento e Rovereto, che impiegavano i braccianti principalmente nei vigneti, erano consapevoli della situazione. In molti casi i giovani lavoravano in nero gli accertamenti condotti nei prossimi giorni faranno chiarezza sulle responsabilità delle singole aziende, che ora rischiano gravi sanzioni. L’inchiesta è partita dalle violente aggressioni denunciate nel corso del 2025 dai due giovani.
I pestaggi
L’obiettivo del «caporale» era costringerli a entrare nelle sue squadre di lavoro, spesso impiegate in nero in altre aziende nei fine settimana. In particolare, nel primo caso un giovane bracciante è stato dapprima aggredito verbalmente sul posto di lavoro dall’indagato, per poi essere pestato a sangue con calci e pugni da un gruppo di sei connazionali inviati dal caporale, che hanno utilizzato una sorta di tirapugni ricavato da vari bracciali. Il giovane ha riportato ferite e lesioni guaribili in 30 giorni. Un collega che ha assistito al pestaggio è stato minacciato con un grosso coltello per convincerlo a non denunciare l’accaduto. Nel secondo episodio, l’altra vittima è stata minacciata più volte per costringerla a pagare il «pizzo». Dopo il suo rifiuto, il giovane è stato aggredito con uno spray urticante e con un paio di forbici da potatura.
L’inchiesta
Le indagini dei carabinieri di Borgo Valsugana e della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Trento, supportate anche da intercettazioni, hanno documentato come i soprusi e le violenze andassero avanti da maggio 2025 fino a oggi. Nel corso degli accertamenti è emerso inoltre che, a seguito dell’infortunio sul lavoro di un operaio reclutato dall’indagato e caduto dall’alto, quest’ultimo gli ha corrisposto circa mille euro per pagare cure private al di fuori dei canali ufficiali. La vittima, costretta a casa dai forti dolori alla schiena, è stata così indotta a non denunciare l’infortunio per evitare che emergessero le attività illecite del caporale. Ora si vedrà se ci sono responsabilità delle aziende per cui i braccianti lavoravano.