l'intervista

venerdì 16 Ottobre, 2026

Cambiamento climatico e eventi estremi, Fait (Protezione civile): «Al lavoro su team sanitari mobili per alluvioni e altre emergenze»

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In Trentino è in corso la Settimana della protezione civile (dal 12 al 18 ottobre). «Non possiamo più affidarci all’improvvisazione: il sistema deve evolvere

In Trentino è in corso la Settimana della protezione civile (dal 12 al 18 ottobre), con incontri e iniziative dedicate alla prevenzione e alla sicurezza. In questa cornice sono state inserite anche le celebrazioni per la Giornata internazionale per la riduzione del rischio da disastri naturali istituita e promossa dall’Assemblea generale delle nazioni unite (Onu) a partire dal 1989. Da una decina di anni, le iniziative organizzate in tutto il mondo si basano sul Quadro di Sendai per la riduzione del rischio di disastri 2015-2030. Il tema scelto per il 2026 è «La resilienza inizia in casa». Ed è un tema che certamente in Trentino è molto sentito. Basti pensare che il sistema provinciale conta circa 13mila operatori, di cui 12mila sono volontari. Durante l’evento in corso, i temi affrontati riguardano il rischio alluvionale, la comunicazione in emergenza e la tutela delle persone fragili. Il momento centrale sarà la Cittadella della Protezione civile, domani e domenica al Parco delle Albere di Trento, con esercitazioni e dimostrazioni aperte al pubblico. Per conoscere le sfide della crisi climatica e l’evoluzione del sistema di soccorso, abbiamo parlato con Stefano Fait, dirigente generale del Dipartimento protezione civile, foreste e fauna della Provincia di Trento.

Come si sta muovendo la Protezione civile sul fronte della prevenzione, del rischio idrogeologico e della comunicazione delle emergenze?
«La nostra attività si sviluppa su più fronti. La prevenzione parte dallo studio e dalla conoscenza del territorio: i servizi provinciali, da quello geologico ai bacini montani, dalle foreste alla prevenzione dei rischi, svolgono un lavoro fondamentale per individuare le criticità. Ci sono poi le opere di mitigazione e, quando queste non bastano, la pianificazione e la gestione delle emergenze. Non dobbiamo limitarci a intervenire, ma cercare di anticipare i problemi. La sfida oggi è anche la velocità con cui cambiano le situazioni».
Quanto incidono i cambiamenti climatici sulla pianificazione degli interventi?
«Dobbiamo fare i conti con un sistema in evoluzione. Quest’estate abbiamo registrato temperature molto elevate e numerose allerte per il caldo, ma anche fenomeni improvvisi, come precipitazioni intense e colate di detriti. Non sempre si tratta di eventi senza precedenti: a metterci alla prova è soprattutto la rapidità con cui si alternano situazioni diverse, talvolta anche molto violente».
Quali opere possono contribuire a ridurre i rischi?
«Penso agli interventi sui corsi d’acqua realizzati dai bacini montani, alla gestione dei boschi e alle opere di prevenzione degli incendi, oltre agli interventi dei Comuni. Il rischio, però, non può essere eliminato del tutto. Fino agli anni Novanta e ai primi Duemila si parlava spesso di mettere in sicurezza il territorio. Oggi sappiamo che una sicurezza assoluta non esiste. Dobbiamo ridurre la pericolosità, conoscere i rischi e imparare a conviverci».
Come è stata gestita l’estate 2026, segnata da numerose allerte e incendi boschivi?
«Le allerte per il caldo servono anche a preparare la popolazione, soprattutto le persone più fragili, grazie alla collaborazione con l’Azienda sanitaria universitaria integrata del Trentino (Asuit). Abbiamo affrontato incendi boschivi importanti e fenomeni intensi che hanno richiesto interventi significativi. Alcuni incendi, innescati da fulmini, hanno impegnato il sistema anche per 15-20 giorni».
Su quali fronti state lavorando per migliorare il sistema di soccorso?
«Il volontariato è una risorsa fondamentale e l’integrazione tra le diverse strutture, dai vigili del fuoco alle associazioni, sta migliorando anche grazie alle esercitazioni. Ora dobbiamo puntare su una maggiore specializzazione e guardare ai modelli europei. Con Asuit stiamo lavorando al progetto degli “Emergency Medical Team” (Emt): strutture sanitarie mobili, organizzate per essere trasportate anche per via aerea e capaci di intervenire in contesti nazionali e internazionali. Il team è in grado di prestare assistenza medica urgente operando in piena autosufficienza fino a due settimane anche in ambienti difficili colpiti da alluvioni, terremoti o altre emergenze».
Quali sono le altre priorità per il futuro?
«Dobbiamo rendere le nostre capacità sempre più riconoscibili, attraverso standard condivisi e procedure di soccorso che permettano alle diverse organizzazioni di collaborare efficacemente. Chi chiede aiuto deve sapere quale supporto può ricevere. Non possiamo più affidarci all’improvvisazione: il sistema deve evolvere».
Che cosa è emerso, invece, dagli incontri con i sindaci durante la Settimana della Protezione civile?
«Sono rimasto molto soddisfatto della partecipazione e del confronto. Ascoltare le esperienze dei sindaci aiuta a capire come migliorare gli strumenti a disposizione delle amministrazioni. Durante un’emergenza i Comuni si trovano ad affrontare situazioni complesse, soprattutto quando gli amministratori hanno poca esperienza. Conoscere il territorio, pianificare e confrontarsi è fondamentale per prevenire i rischi e gestire meglio le criticità».

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