il ricorso

lunedì 2 Novembre, 2026

Alluvione del 1966, la testimonianza di Gino Zanolli: «Un metro d’acqua in caserma. Non sapevamo nulla delle nostre famiglie»

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L’ex vigile del fuoco permanente il 4 novembre di sessant’anni fa era in prima linea nei soccorsi
Un metro d’acqua in caserma, i mezzi bloccati, le strade sommerse. E nessuna notizia dei propri cari. Per Gino Zanolli (88 anni), allora giovane vigile del fuoco del Corpo permanente di Trento, l’alluvione del 4 novembre 1966 fu una settimana di soccorsi senza sosta, in cui ogni energia era rivolta a chi aveva bisogno di aiuto, mentre a casa la sua famiglia affrontava la stessa emergenza. “Qui in caserma c’era un metro d’acqua. Non si entrava a piedi, l’acqua arrivava fino alla vita. I pochi mezzi che avevamo erano rimasti allagati”. A sessant’anni di distanza – anniversario che ricorre mercoledì – Zanolli ricorda con precisione le condizioni in cui lui e i suoi colleghi si trovarono a operare. “Si andava allo sbaraglio. Le radio esistevano, ma non funzionavano. Non avevamo comunicazioni e andavamo in giro per la città a cercare chi aveva bisogno”. Per raggiungere le zone sommerse si dovette ricorrere ai mezzi anfibi. Persino la caserma in piazza Centa venne evacuata e così i vigili del fuoco trascorsero la prima notte nella caserma della Polizia, in via Perini, cercando di riposare come potevano. Poi arrivò l’ospitalità dei frati di via Grazioli, che misero a disposizione alcuni locali, utilizzati come base operativa per circa un mese.

Tra i ricordi più dolorosi di Zanolli c’è il recupero del corpo di un giovane di Lavis, annegato in via Brennero nel tentativo di recuperare un’automobile. Ma nella memoria dell’ex vigile del fuoco ci sono anche le persone che non volevano lasciare le proprie abitazioni e chiedevano viveri, nonostante l’acqua avesse raggiunto le case.

Mentre Zanolli era impegnato nei soccorsi, anche la sua famiglia si trovava in una situazione di grave pericolo. Abitava con la moglie e il figlio piccolo a San Lazzaro, sulla sponda sinistra dell’Avisio, in una casa vicina all’argine. La moglie riuscì a mettersi in salvo raggiungendo i suoceri. Gino però non poteva raggiungere la famiglia e per giorni non ebbe notizie dei suoi cari: “Ci chiedevamo come stavano le famiglie, se la moglie o i bambini dei colleghi fossero al sicuro. Non avevamo nemmeno il telefono in casa… In quei giorni mio fratello era impegnato invece con i vigili del fuoco volontari di Lavis e contribuì al salvataggio di una coppia di anziani prima che la loro casa venisse travolta dal fiume, che aveva rotto gli argini”.

L’alluvione tenne impegnati i vigili del fuoco per circa una settimana, fino a quando la portata dei fiumi diminuì e l’acqua cominciò a defluire. Ma l’emergenza non finì con il ritiro delle acque. In tutto il Trentino il bilancio dell’alluvione fu di 22 vittime, migliaia di sfollati e intere comunità duramente colpite, dalla Val di Fassa alla Val di Fiemme, dal Primiero al Tesino e alla bassa Valsugana, fino alla Val Rendena e alla Val di Sole.

Un ricordo che assume un valore importante anche come monito sul fronte della prevenzione e della consapevolezza dei comportamenti da adottare in caso di emergenza.
In presenza di un’allerta idraulica o idrogeologica, è fondamentale prestare attenzione alle condizioni del territorio e seguire alcune semplici indicazioni per ridurre i rischi e tutelare la propria incolumità:
– Prestare la massima attenzione alle condizioni dei luoghi da percorrere, anche in auto o con altri veicoli e – se necessario – cercare un riparo adeguato;
– Evitare di accedere ad aree, edifici o luoghi che presentino condizioni anomale o situazioni di pericolo;
– Non avvicinarsi ai corsi d’acqua, alle piste ciclabili che li costeggiano, alle zone depresse (come conche e sottopassi), alle rampe e ai versanti esposti al rischio di smottamenti.

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