Il lutto

venerdì 10 Aprile, 2026

Addio a Traudi Schreiber de Concini, dalla Boemia alla Valsugana: «Una vivacità artistica senza confini»

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Aveva 86 anni e due grandi passioni: la fotografia e le storie (in particolare quelle delle minoranze)

Liebe Traudi! Cara Wolftraud Schreiber de Concini! Nel suo nome ruggiva il coraggio del lupo e nel cognome tedesco di famiglia c’era già l’annuncio della scrittrice, Schreiber-in, che sarebbe diventata. Donna di minoranza fin dalla nascita (quella tedesca in Boemia, profuga nella seconda guerra mondiale; lei era nata a Trutnov nel 1940, era arrivata in Italia nel 1964 (dagli anni Ottanta viveva a Pergine), e poi aveva sposato il trentino de Concini, assumendone il cognome) e di passioni: la fotografia (scrivere con la luce), le storie (scrivere delle vite), le minoranze che scrivono un pezzo di storia (minoranze nella pentola della cucina alpina e minoranze nella grande, e anche difficile, storia d’amore con il pittore Olimpio Cari del popolo dei Sinti). E negli ultimi anni le sue ultime passioni: il violoncello (scrivere con la musica). E l’ultima, San Francesco, il piccolo profeta umbro della fraternità pacifica, di cui si era innamorata e il cui reading è programmato per il 22 aprile al Teatro San Marco.

Tornava così a un altro capitolo, più lontano, della sua vita, quando il convento dei Cappuccini era ancora pieno di tonache, barbe e voci. Coglieva l’attimo, Traudi. Nel libro sui Cappuccini, pubblicato nel 1983, c’è la foto meravigliosa di un fraticello che salta, agile come un capretto, sulla bici già in corsa per scapicollarsi giù per la Cervara. In quel 1983 era trascorso da un pezzo il Sessantotto che aveva svuotato i seminari eppure il convento, nei bianconeri pieni di umori vivi, pulsa di energia. Frati agricoltori, frati pulitori, frati sarti, frati falegnami, frati cucinieri, frati ciclisti. Il superiore provinciale dei Cappuccini padre Angelico Kessler (fratello di Bruno) nella prefazione descrive così quella donna speciale: «L’accolsi con qualche diffidenza, pensando che il pretesto fotografico nascondesse un’inconfessata curiosità donnesca. La mia reticenza fu però vinta, oltre che dalla sua insistenza, anche dalla vaga simpatia reverenziale che suscitava in me quello strano nome (tra barbaro e mitteleuropeo) coniugato con un cognome nobiliare tutto trentino e italiano».

Negli ultimi tempi le foto di Traudi coglievano invece i contorni sfrangiati della realtà, le sfumature e le dissolvenze. Nel 2025 su Facebook aveva pubblicato la «Storia di Waldemaro», con una serie di interessantissime fotografie «in movimento»,
Sette anni prima, così mi aveva presentato una sua magnifica immagine concreta-astratta: «Ti allego una foto che ho fatto qui nel “mio” bosco agli Assizzi di Pergine. Sembra … un quadro di Alberto Burri lasciato qui, vero? Mi piacerebbe fare una mostra fotografica “Un chilometro quadrato di bosco”».
Passione recente anche con il violoncello (ha sognato di iscriversi al Conservatorio, a ottant’anni passati): uno strumento che è una lotta corpo a corpo, come con l’amore, con la vita… È l’unico strumento che si abbraccia come si abbraccia una persona.

Poco prima di essere colpita dal male che l’ha, con tragica fretta, portata alla morte, sabato sera, mi aveva scritto, fiera, che Arnold Tribus, sulla Neue Südtiroler Tageszeitung di Bolzano, ti aveva regalato un giusto tributo-ritratto, anche come sapiente traduttrice dei romanzi dell’ex sindaco Caramaschi.
«Boemia andata e ritorno», il titolo di un suo libro del 2013, che riandava appunto alle radici. «Wally e il gelato al pistacchio» e «Le scarpe di Klara» sono librini preziosi pubblicati dalla sua amica Manuela Dalmeri di Publistampa, esempi di scrittura «irregolare», non etichettabile, geniale e felice. Partendo da un paio di scarpe, scarpe sporche e logore, l’autrice percorre le tappe più significative della vita di Klara Beck, nata il 4 novembre 1904 a Pilsen (oggi Repubblica Ceca) e morta massacrata, per la sola colpa di essere ebrea, verso la metà di gennaio 1942 in un bosco vicino a Riga.

Le parole iniziali del suo «Francesco», impreziosito dai suoi stessi disegni, dicono tutto: «Da alcuni anni, da quando me l’ha regalata una monaca clarissa, mia amica, porto al collo una croce in legno a forma di Tau. La porto tutti i giorni, con qualunque abbigliamento e in qualsiasi occasione, non solo nella convinzione che mi protegga, ma che mi porti pace e fortuna. Delle volte, avendola dimenticata a casa, desisto da progetti ardui, da strade difficili. Superstizione? Fede? Vorrei trovare qualcuno che mi illumini sulla differenza. Solo per questo mio dubbio sarei stata condannata, secoli addietro, come eretica. Forse come strega».

Riccarda Turrina ce l’ha annunciata così, mercoledì sera, la sua dipartita: «Traudi ora si trova in un’altra dimensione… e cammina canta danza assieme a San Francesco». È il titolo del suo ultimo lavoro sul Poverello. Che racconta anche nella sua spericolata missione presso il Sultano, un viso così simile al Crocifisso del suo San Damiano.
«Francesco esprime ragionamenti e proposte con movenze che sembrano una danza. E il Sultano non si meraviglia. È abituato alle danze dei Dervisci rotanti. Dervisci che sono monaci mendicanti. Quante similitudini. E forse canta, davanti al Sultano, una canzone in provenzale… Francesco è impressionato dal richiamo del muezzin alla preghiera. Questa preghiera collettiva. Non in solitudine. Dice “Shukran” per l’accoglienza. “Grazie”».

Grazie, shukran, sorella Traudi. Nei nostri tempi sadici, dove un «grande» della terra può permettersi di minacciare un popolo «nemico» di riportarlo all’età della pietra, questo Francesco di Traudi Schreiber, uomo di santo dialogo in un Medioevo insanguinato dalle guerre sante, è un bellissimo testamento. Come anche Wolftraud, fin dal suo nome, ci ha insegnato a fare: l’homo homini lupus (l’assassino del proprio fratello) non prevarrà, finché cammineranno, sulla terra, uomini capaci di parlare ai fratelli lupi.