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martedì 27 Gennaio, 2026
L’amore al tempo delle App: un mese su Tinder e Hinge in contatto con 50 persone. «La realtà è online»
di Andrea Manfrini
Da chi è impegnato alla ricerca dell’anima gemella a chi vuole divertimento o frequentazioni occasionali: «I ritmi della settimana non lasciano tempo per altri modi»
«Siamo sempre più a nostro agio nel mondo virtuale e sempre meno in quello reale», scrive un ventiseienne. Quello che abbiamo fatto è un vero e proprio viaggio nella realtà virtuale delle App d’incontri per esplorare uno dei modi di relazionarsi dei giovani, già da tanti anni. Per farlo, abbiamo creato un profilo su Hinge e uno su Tinder e siamo entrati in contatto con oltre 50 utenti nell’arco di un mese.
Come funzionano Hinge e Tinder?
Tinder è forse la piattaforma più conosciuta. Si scorrono i profili uno alla volta, guardando foto e leggendo brevi descrizioni. Se un utente è interessato, fa «swipe a destra» trascinando l’immagine in quella direzione. Se invece non lo è, «swipe a sinistra». Solo quando due persone si scambiano un like si crea un «match», cioè una possibilità di iniziare a chattare. Prima l’approvazione visiva, poi la conversazione. Hinge invece punta su una maggiore profondità: oltre alle foto, i profili contengono domande e risposte che l’utente deve completare e note vocali da ascoltare. Anche in questo caso, se entrambi gli utenti si scambiano un like, è possibile iniziare a scriversi.
Perché scaricarle?
C’è chi cerca divertimento, amore, nuove amicizie, approvazione o semplicemente un po’ di compagnia. Dalle risposte delle persone con cui abbiamo parlato emergono motivazioni come curiosità, noia, solitudine e mancanza di alternative. «I ritmi della settimana non lasciano gran tempo — spiega Alessandro (38 anni) — Le App diventano una via semplice per conoscere nuova gente».
«È il modo più facile e veloce per conoscersi, soprattutto in una generazione come la nostra in cui è più difficile avere interazioni dal vivo. È quasi più normale interagire attraverso i social o le App», dice Sofia (26 anni).
Amore, solitudine e nuovi spazi
«Se incontro una ragazza su una piattaforma del genere, il mio interesse per una possibile relazione stabile cala a dismisura. La vedo come un’App per divertirsi, non per cercare l’amore», afferma invece Giovanni (27 anni) su Tinder. Oltre ad «amore», c’è un’altra parola che si presenta spesso nelle risposte degli intervistati su Hinge e Tinder: «stanchezza». Stanchezza di scorrere, di scrivere, di cercare di essere interessanti in poche righe, di non ricevere risposta, di sentirsi uno dei tanti. Le «dating App» promettono connessioni, ma ciò che spesso producono è un flusso continuo di attese, silenzi e rifiuti. «Non mi piace stare qua, ma è l’unico modo. La solitudine è il nemico più difficile da sconfiggere», racconta Gianluca (29 anni), e non è il solo a pensarlo. Molti giovani uomini hanno affermato di utilizzare le App per sentirsi meno soli, mentre altri, come Alessio (24 anni), sostengono che «se le usi per non sentirti solo, portano solo guai».
Il tema della solitudine fa emergere un’ulteriore riflessione: mancano dei luoghi di aggregazione oppure esistono, ma non vengono più frequentati dai giovani? Secondo Emanuele (30 anni), di Trento, «sono pochissimi, ma ci sono. La verità è che oggi molte persone fanno fatica anche solo a parlare tra loro. Il telefono ha abbassato non solo il livello della comunicazione, ma anche quello intellettuale, rendendo gli scambi più superficiali. In certi locali si finisce per passare la serata a farsi selfie con gli amici, più che a conoscersi davvero. Per questo non credo che il problema siano i pochi locali, ma il tipo di eventi che vengono proposti. Mancano occasioni che mettano al centro le persone, la parola, il confronto. Eventi culturali, incontri, momenti in cui conti di più la voce che l’alcool». «Non mancano i luoghi di aggregazione, manca la cultura dell’uscire e vedersi», aggiunge Michele (25 anni).
Estetica e approvazione sociale
Sia su Hinge che su Tinder, il primo passo è visivo e selettivo. La validazione ricevuta ancora prima di scriversi riduce il rischio del rifiuto diretto. È quel «sì» preliminare e rassicurante che molti indicano come valore aggiunto. «L’approccio è più semplice perché c’è già un’approvazione dall’altra persona. Sai che qualcuno è disposto a conoscerti», spiega Andrea (29 anni). Un altro ragazzo confida che «mi capita sempre più raramente di approcciare ragazze dal vivo perché credo siamo diventati tutti più abituati alla comodità. Su Tinder è davvero tutto più facile». Gli utenti maschi riconoscono che la comodità, però, ha anche un costo: la superficialità. «Dal vivo l’aspetto è il biglietto da visita — scrive Mattia (33 anni) — online è il 100% su cui una persona decide se contattarti. Ed è un po’ triste».
Giorno dopo giorno, stare sulle App di incontri genera una sorta di circolo vizioso in grado di tenerti incollato allo schermo per ore. «A livello emotivo è prosciugante e stancante — spiega un ventinovenne — ti esaurisce perché devi stare attento a non affezionarti troppo e perché sai che potrebbe finire senza motivo da un giorno all’altro». Si impara a scorrere le persone come se le si osservasse da un catalogo e la scelta «sì o no» viene effettuata rapidamente, basandosi spesso su criteri puramente estetici. In un presente in cui le aspettative sono sempre più elevate, si rischia di rincorrere un’idea di perfezione idealizzata. E in qualche modo le App incoraggiano l’ipotesi che possa esserci sempre «qualcuno di migliore» con cui chattare. «Le App hanno cambiato i criteri di bellezza», scrive Stefano (30 anni). «Hanno facilitato il “gioco” — aggiunge Giovanni (27 anni) — il problema è che c’è molta più superficialità nei rapporti umani». Anna racconta invece che «mi sono sentita apprezzata non solo per l’aspetto, ma anche per la mia personalità».
«Purtroppo la vastità di scelta porta a non costruire relazioni stabili e dà l’opportunità di interagire con moltissime persone, anche in modo superficiale — considera Chiara (23 anni) — Sinceramente trovo questa cosa abbastanza preoccupante, perché sembra che la nostra generazione non abbia più voglia di impegnarsi veramente nel costruire amicizie e relazioni durature».
Autostima e Ghosting
«All’inizio l’ho scaricata per cercare relazioni, fare esperienze e per boostarmi l’autostima — racconta un ventinovenne riferendosi a Hinge — non sapevo se potevo piacere al genere femminile e volevo vedere il mio reale valore sul mercato sessuale». Connessioni che possono interrompersi da un momento all’altro e concludersi con il «ghosting», cioè una sparizione improvvisa priva di spiegazioni. «All’inizio ci rimanevo male. Ora sono abituato», scrive un trentenne.
It’s a match!
Le «dating apps» mostrano quindi uno spaccato della società odierna. Rispecchiano i nostri bisogni, paure, desideri e soprattutto tanta umanità. Sono amplificatori di ciò che siamo diventati: più connessi, più esposti, più insicuri e a quanto pare, a volte, anche più soli. «Non riesco più ad approcciare dal vivo», rivela un altro ragazzo. «La realtà – ed è brutto da dire – è online», dice un ventinovenne. Non la pensa proprio così Gianmarco (31 anni): «Quanto vale un dialogo faccia a faccia? Nulla lo batte. La realtà, in un mondo così finto, è importantissima».
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