Il libro
giovedì 15 Gennaio, 2026
La rivoluzione del filosofo Nunes: «Né verticali né orizzontali, i nuovi movimenti politici si esprimono in una pluralità di forme»
di Paolo Morando
La teoria dell’organizzazione politica di Rodrigo Nunes: «Con le piazze “pro pal” ad esempio, vediamo movimenti senza un’organizzazione di massa che svolgono però un ruolo centrale»
Rodrigo Nunes insegna teoria politica all’Università di Essex nel Regno Unito e alla Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro in Brasile, ed è autore di articoli per Les Temps Modernes, Radical Philosophy, South Atlantic Quarterly, Jacobin e The Guardian. Il suo ultimo libro «Né verticale, né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica», pubblicato recentemente da Edizioni Alegre: lo presenterà oggi, venerdì 16 gennaio 2026, alle 18 a Trento, alla libreria Due Punti di via San Martino.
L’organizzazione dei movimenti di protesta deve uscire dal dualismo verticalità/orizzontalità: questo è il senso della sua riflessione. Perché lo sostiene?
«Il progetto del libro è partito da una congiuntura specifica: la protesta nelle piazze dei decenni scorsi e la necessità di capire la forma specifica della loro organizzazione, perché il discorso mediatico e degli stessi militanti passava sempre per una descrizione negativa. Movimenti cioè senza organizzazioni e senza leader. E a me sembrava insufficiente, perché così si diceva che cosa questi movimenti non fossero, mentre non si diceva che cosa erano davvero. A me sembrava servisse invece una forma positiva nella descrizione di questi movimenti».
Questo però implica dire che tali organizzazioni siano qualcosa di diverso rispetto a ciò che si intende usualmente con questo termine.
«Alla fine, parlando di organizzazioni politiche, ci si riferisce sempre alla forma partito dell’Ottocento e del Novecento. Ma il punto di partenza dovrebbe consistere nel dire che un’organizzazione è qualcosa di molto più grande di queste forme tradizionali. C’è organizzazione anche nei movimenti e nelle mobilitazioni che si descrivono senza organizzazione. Nel decennio scorso, e anche nell’attuale, specie con il movimento “pro pal”, vediamo movimenti senza un’organizzazione di massa che svolgono però un ruolo centrale. Il che ci segnala che l’organizzazione è qualcosa che esiste al di là dei propri confini tradizionali».
Nel libro parla di «ecologia organizzativa». Che cosa intende?
«Mi riferisco a qualcosa che va al di là della forma organizzativa specifica, e che comprende anche un insieme di ruoli e di forme diverse dell’organizzarsi. Il punto di partenza del libro consiste proprio nel cambiare lo sguardo e la grammatica tradizionale della riflessione sull’organizzazione, che non deve concentrarsi solo sulla forma ideale che essa deve avere: esiste una pluralità di forme che costituisce ormai una realtà necessaria. E questo è anche un vantaggio: significa più relazioni tra gruppi diversi, che possono avere strategie diverse su come prendere l’iniziativa e portarla avanti».
Tutto questo però ci costringe anche a pensare a un concetto diverso di leadership, che nel mondo attuale caratterizzato mediaticamente ha assunto una funzione centrale per qualsiasi tipo di realtà associativa che intenda modificare i rapporti sociali. È il caso di Greta Thunberg: senza la sua figura, le mobilitazioni di Fridays for Future non avrebbero il peso che invece hanno avuto. Quanto è oggi un problema l’esigenza di una leadership?
«Stiamo attraversando una terza fase del dibattito su come vadano considerate le organizzazioni. C’è stato un primo momento in cui si pensava che ci fossero funzioni inevitabili della politica, come la strategia, la leadership, la pedagogia politica, che dovevano essere concentrate in una singola organizzazione. E questa, alla fine, era il partito, che comprendeva in sé tutte le tappe del processo politico. Poi c’è stato un secondo momento dalla fine degli anni Sessanta e soprattutto dopo la caduta del muso di Berlino e la fine cosiddetto “socialismo reale”: un momento caratterizzato dal rifiuto della forma partito. Si è passati all’idea che è possibile, e forse anche necessario e desiderabile, creare una politica senza strategie, senza leadership e così via».
E la terza fase?
«È quella attuale, caratterizzata dalle vittorie dell’estrema destra un po’ dappertutto nel mondo. Oggi si ritiene che le funzioni di cui parlavo non devono essere concentrate in una sola organizzazione. Servono invece differenti realtà che possano giocare questi ruoli. E non è necessario che il modo in cui queste funzioni vengono realizzate sia lo stesso con cui sono stati realizzati nel passato. È importante riconoscere la funzione della leadership, come nel caso dei Fridays for Future, individuale o collettiva che sia. Ma questo prova che la leadership non è quella che è stata descritta in passato: dipende da come viene svolta. In questo caso, a partire dalle piattaforme digitali. Il che ci obbliga a ripensarne il ruolo: è una funzione necessaria, che però può costituire anche un problema».
Quale?
«Il problema è la tendenza della leadership alla auto riproduzione, cioè al perpetuare posizioni che, una volta fissate, impediscono a quella funzione di poter continuare a circolare all’interno di una organizzazione. O meglio, di una ecologia organizzativa. In passato si pensava a strutture formali con procedimenti chiari, ad esempio di elezione dei leader. Oggi dobbiamo pensare non più a rapporti formali che riproducono la leadership, bensì a rapporti informali prodotti dalle piattaforme digitali».
Anche in Italia abbiamo un’estrema destra sempre più forte. E quindi esisterebbero le condizioni per un movimentismo dal basso, che però non sempre riesce a esprimersi in maniera organizzata: sembra vivere di occasioni estemporanee portate dall’esterno, decadendo abbastanza rapidamente.
«Questo è il mio secondo giro di presentazioni del libro in Italia, il primo è stato di tre settimane tra la metà dello scorso ottobre e l’inizio di novembre, con diciotto incontri, da Palermo alla Val di Susa. Era il periodo della mobilitazione entusiasta sulla questione palestinese. Torno ora qualche mese dopo e la situazione è abbastanza diversa. Ho constatato l’esistenza di un paradosso italiano molto interessante: ci sono ecologie organizzative di movimenti locali che non ho incontrato in alcun altro Paese, a tantissimi livelli, circoli Arci e centri sociali… Tutto questo però sembra incapace di compiere il passaggio a una dimensione nazionale. Pochi mesi fa, per la prima volta in tanti anni, sembrava poterlo fare, proprio perché la forma di coordinamento derivava da una scelta ecologica nel senso in cui parlo nel libro: organizzazioni tradizionali, come i sindacali, avevano preso l’iniziativa del blocco dei porti e dello sciopero generale, chiedendo la partecipazione più ampia possibile. C’era dunque il riconoscimento di una pluralità necessaria, e inevitabile, dei movimenti. Ecco, mi sembra che oggi questa condizione si sia un po’ persa».
Una perdita di «intelligenza ecologica», per usare la grammatica del libro.
«Sì. Quando i movimenti di massa crescono rapidamente, e le organizzazioni cercano di portare a casa il saldo delle mobilitazioni, inizia la difficoltà di continuare a incanalare l’azione collettiva in ulteriori forme. Non si possono fare cortei tutti i giorni, vanno trovate altre forme di mobilitazione. Specie quando ciò che si esige dallo Stato non è facile da ottenere».
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