Caldes, la tragedia
giovedì 4 Aprile, 2024
La mamma di Andrea Papi: «Sento ancora il suo profumo. La mia famiglia? Distrutta»
di Benedetta Centin
Franca Ghirardini ricorda il figlio ad un anno dalla morte. «Non doveva accadere. Nella gestione degli orsi errori madornali»
Franca Ghirardini lo sapeva, ancora prima che venisse trovato il corpo di suo figlio martoriato da morsi e zampate, che Andrea era stato attaccato e ucciso da un orso. «L’ha preso l’orso, non tornerà» aveva detto il 5 aprile di un anno fa al marito Carlo Papi che aveva cercato invano di convincerla che invece il loro primogenito poteva essere svenuto o ferito al punto da non riuscire a rientrare a casa a Caldes da malga Grum, a quota 1500 metri, dove era andato a fare uno dei suoi allenamenti e dove aveva girato un video con il cellulare, postato attorno alle 17 sulle storie Instagram con la dicitura «Peace». «Se l’è preso l’orso» aveva ribadito, sicura, la donna, anche ai primi soccorritori. «Eppure nessuno sembrava aver dato peso alle mie parole» racconta a distanza di un anno (il drammatico anniversario domani) la mamma del 26enne.
Franca, da cosa nasceva questa sua convinzione?
«Mio figlio è sempre stato puntuale, preciso; mi chiamava per avvisarmi che stava tornando. E anche se fosse caduto, se avesse perso conoscenza, se si fosse rotto una gamba, sarebbe riuscito a rientrare. Nel 2022, cento metri più sotto di dove è stato aggredito, sono scivolata e ho rimediato una lussazione, eppure sono riuscita a raggiungere l’auto: è la forza a portarti a casa. Andrea avrebbe fatto lo stesso. E poi andava solo sulla strada forestale, eppure lì non si trovava: era stato trascinato più giù».
Lei, da mamma, se lo sentiva che gli era accaduto qualcosa…
«Attorno alle 17.30, un’ora e mezzo dopo che era partito da casa, ho avuto una brutta sensazione, quella di un pugno allo stomaco, con il respiro che mi è mancato: è come se Andrea in quel momento mi chiedesse aiuto. Per me è stato quando è stato attaccato dall’orsa Jj4».
Non l’unico presentimento.
«Già, tre giorni prima, una bella giornata di sole, un grande corvo si era appoggiato sul lampione davanti casa: ho visto l’ombra e guardato fuori dalla finestra. Un sentore negativo: un uccello del malaugurio ho pensato».
Domani sarà un anno dalla tragedia, il suo stato d’animo?
«Ho una rabbia dentro… non doveva succedere, è stato fatto un errore madornale e ha pagato Andrea. La rabbia è tantissima. Il dolore ancora di più. La mia vita è stata sfortunata e la mia famiglia è stata la cosa più bella, ma me l’hanno distrutta».
Verso chi punta il dito?
«Contro tutti coloro che si rimpallano le responsabilità di una gestione del piano Life Ursus che è stata voluta anni fa ma non è mai stata seguita, per quanto abbiano sempre cercato di dare la colpa invece a chi è stato aggredito, anche nei casi precedenti a quello di Andrea. Qui, dopo un anno, non si è presentato nessuno per fare una riunione, per dare informazione ai cittadini e offrire loro indicazioni. Quando era iniziato il progetto di reintroduzione c’erano stati dei comitati che poi si sono andati a spegnere, chiediamoci perché».
Eppure Andrea era solo andato a farsi un giro nel bosco sopra Caldes.
«Qualcuno ha detto che non ci doveva andare ma c’era qualche divieto? Qualcuno ci aveva informato del grave pericolo? Quello di cui nessuno o pochi erano a conoscenza. Le responsabilità per la morte di nostro figlio ci sono, eccome. E la nostra battaglia per chiedere e ottenere giustizia è l’unica cosa che ci rimane da fare per il nostro Andrea, anche perché non debba riaccadere».
La paura c’è ancora?
«La montagna è morta: la gente ha paura, degli orsi ma anche dei lupi, e non ci va più nessuno. Solo due mesi fa è stato segnalato un orso tra i meleti a cento metri dal paese, in pieno giorno».
Ci racconta chi era Andrea?
«Un ragazzo buono, un mediatore, che sapeva fare da paciere in qualunque situazione, anche a casa se c’era qualche bisticcio. Una persona corretta con tutti, con me affettuoso ma anche scherzoso, lo chiamavo “il mio bambinone” mentre lo tenevo sulle gambe. Anche se quello che gli cucinavo non mi riusciva bene mangiava tutto. E poi era un amante della montagna, dello sport. Unito da un legame speciale con la sorella Laura. Come riporto nello scritto che leggerò in chiesa domani, una lettera che parla d’amore e di mio figlio, Andrea era uno spirito libero, ricco di entusiasmo, capace di riempire la vita di tutti».
Con lei poi aveva un rapporto particolare.
«Deve sapere che il travaglio è stato lungo, entrata la sera in ospedale a Cles, dove ero già stata ore prima, ho partorito alle 11 del giorno dopo: il medico allora mi disse “Andrea non si voleva proprio staccare da lei”».
Si ricorda come l’ha salutato il 5 aprile di un anno fa?
«L’ho visto uscire con l’abbigliamento sportivo, zainetto e bastoncini, e, come me lo sentissi, gli ho detto “mi raccomando, ti voglio bene”. Ed è stata l’ultima volta che l’ho visto vivo».
La sua camera è rimasta come l’ha lasciata, il pigiama tra i cuscini, l’uovo di Pasqua da scartare…
«Sì, e rimarrà tutto così. Sento ancora il suo profumo, anche in cameretta. È ancora vivo in me il suo sorriso, la sua aria di scherzo, le piccole discussioni familiari… E quando tocco i suoi maglioni, le sue cose, mi vengono i brividi. Manca anche il rumore che faceva quando si muoveva o spostava le cose, mancino qual era. Lui era così, lo si sentiva, ma non perché fosse un chiacchierone».
Ad oggi sono 18 i leoni da tastiera che avevate querelato e che si ritrovano indagati per le offese rivolte ad Andrea e a voi.
«Insulti arrivati da gente che abita lontano dalla nostra realtà, che non la conosce. Noi preferiamo andare nei boschi vicino casa invece che nei centri commerciali. Ma ho smesso di leggere queste cattiverie, mi sono tolta da Facebook per non starci ulteriormente male».
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