il report
venerdì 16 Ottobre, 2026
Dottori di ricerca, il 23% dei «trentini» lavora all’estero. E lo stipendio in Italia è mille euro in meno
di Valerio Amadei
L'analisi di AlmaLaurea: A Trento un iscritto su 4 è straniero. Deflorian: «Fuga dei cervelli? Bisogna creare occasioni altrimenti rischiamo un’emorragia che il Paese non può permettersi»
Un maggior numero di occupati, ma stipendi in calo e una soddisfazione in flessione. Questi alcuni degli spunti del rapporto nazionale sul dottorato di ricerca di AlmaLaurea dedicato a percorsi di studio ed esiti occupazionali, presentato ieri al Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento.
I dati sono stati illustrati da Marina Timoteo, direttrice di AlmaLaurea: quasi 70 gli atenei coinvolti, con tassi di risposta superiori all’80%. A un anno dal titolo il tasso di occupazione dei dottori di ricerca è cresciuto del 2,9% rispetto alla rilevazione 2024 e del 5,1% rispetto al 2019. Scende invece la retribuzione mensile netta in calo dell’1,2% sul 2024 e dell’1,5% sul 2019.
Lo sbocco principale resta la ricerca scientifica, soprattutto nelle università. Per quanto riguarda la situazione a Trento, l’analisi del mercato del lavoro fa emergere i principali nodi strutturali per l’ateneo: l’inserimento lavorativo della componente dottorale appare fortemente orientato verso la sfera pubblica e accademica (71,4%), mentre l’assorbimento da parte del settore privato si ferma al 18,6% (contro il 28,1% nazionale) e nell’industria non supera l’8,6%. La saturazione del canale accademico si riflette in un tasso di occupazione a un anno dal titolo pari al 90,3% (a fronte del 94,1% della media nazionale), in una prevalenza iniziale di contratti a termine o assegni di ricerca e in un’alta propensione a cercare opportunità all’estero, dove lavora quasi il 23% delle persone occupate.
Il dato nazionale sul lavoro all’estero è netto: dopo un anno dal titolo, il 14,4% dei dottori lavora fuori dall’Italia, contro il 5,4% dei laureati di secondo livello. La destinazione principale rimane comunque l’Europa: al primo posto troviamo la Germania (12,3%), seguita da Svizzera, Francia e Spagna. L’8,6%, invece, sceglie gli Stati Uniti. Una scelta dettata da diversi fattori, ma soprattutto dalla questione economica: gli stipendi mensili all’estero toccano, in media, i 2.745 euro netti al mese rispetto ai soli 1.858 in Italia. A un anno dal titolo, la retribuzione mensile netta è pari, in media, a 1.984 euro in Italia, per i dottorati di Trento è di 2.061 euro.
All’estero svolge attività di ricerca l’80,4% (dato nettamente superiore al 64,2% in Italia) e l’88,8% usa le competenze acquisite nel dottorato (72,3% in Italia). Se il 33,2% dei dottorandi è partito per offerte migliori, il 24,3% per motivi personali, il 16,1% per la carenza di fondi per la ricerca in Italia. Quanto al ritorno nel Bel paese, per il 36,2% è poco probabile nei prossimi cinque anni e per il 28,7% addirittura molto improbabile.
Nei dottorati innovativi finanziati dai fondi europei la quota di chi rifarebbe lo stesso corso nello stesso ateneo è scesa di 8,9 punti, mentre aumenta chi lo rifarebbe, ma all’estero. Pesa anche la borsa di studio: «Oltre l’85% dei dottorandi ne usufruisce, ma solo il 34,2% ne considera adeguato l’importo, cifra decisamente più bassa rispetto agli scorsi anni», ha spiegato Timoteo.
Presente per l’occasione il rettore dell’Università di Trento Flavio Deflorian: «Il dottorato è parte del Dna dell’Università di Trento. L’ateneo non accede ai fondi nazionali sulle borse e le finanzia con il proprio bilancio: circa cento borse l’anno, il doppio contando quelle di enti esterni, per quasi mille dottorandi, con oltre 200 ingressi annui. Una voce da 9 milioni di euro, la più importante dell’intero bilancio». Circa un quarto delle persone iscritte ai corsi di dottorato a Trento possiede la cittadinanza estera (il 23,8%, contro il 15,5% della media nazionale) e quasi il 65% svolge periodi di studio o ricerca all’estero durante il percorso. «Il dottorato viene spesso percepito come un percorso indirizzato alla carriera accademica o alla ricerca pubblica. Non è solo questo — ha sottolineato — Vogliamo valorizzarlo come una risorsa per l’intero Paese, per le imprese pubbliche e private, che possono avvalersi di persone molto più qualificate dopo tre anni di percorso dottorale». Sulla fuga dei «cervelli» ha poi aggiunto: «Andare all’estero può far parte del percorso, il problema è creare in Italia occasioni all’altezza della formazione che offriamo. Altrimenti rischiamo un’emorragia che il Paese non può permettersi».
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