Il lutto

mercoledì 14 Ottobre, 2026

Addio a Renato Paris, il pasticciere pacifista è morto a 68 anni

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Radicale e comunista, andò a processo per vilipendio alla bandiera

Si è spento venerdì scorso, a 68 anni, a Torino, la città nella quale viveva da tempo. Ma è a Trento che Renato Paris ha attraversato da protagonista la cronaca politica e sociale tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80 Ed è a Trento, nei prossimi giorni, che gli amici lo ricorderanno con un momento pubblico. È stato molte cose, il pasticciere Renato Paris: trotzkista all’interno del variegato mondo della allora sinistra extraparlamentare, impegnato nelle lotte di quartiere della «sua» San Bartolomeo, poi nella lista dei radicali per il Consiglio comunale di Trento nel 1990 (fu secondo solo a Fabio Valcanover nelle preferenze per la «Lista Antiproibizionisti sulla droga contro la criminalità politica ed economica». E nell’affettuoso ricordo, «anche a nome di molti amici e compagni», di Claudio Rossi, al suo fianco in molte battaglie, è ben delineata anche la sua convinta vicinanza ai tanti «ribelli» del Sud America.

Ma è indubbio che furono i due clamorosi processi che lo videro sul banco degli accusati nel 1987, da pacifista antimilitarista, a farlo conoscere ben oltre i confini provinciali. Negli ultimi anni Ottanta il movimento pacifista trentino si espresse infatti nelle mobilitazioni in occasione di un processo per vilipendio delle Forze armate a carico proprio di Renato Paris, nelle vesti di giornalista pubblicista direttore del periodico «S/Contro». Sul supplemento della rivista aveva pubblicato infatti delle poesie di Piermarco Rizzoli nel contesto di un servizio dedicato a «Testi poetici per la rivolta». In quei versi la Procura della Repubblica aveva ravvisato il reato di vilipendio alla bandiera e così al termine dell’istruttoria il 20 marzo 1987 si celebrò il processo in Corte d’assise. L’udienza fu preceduta da una forte mobilitazione a sostegno degli imputati e per la libertà di espressione. «Processo per vilipendio non c’è stata la condanna» titolarono i giornali locali il 21 marzo 1987. Non ci fu condanna perché per Rizzoli fu applicata l’amnistia, mentre per Paris il reato venne derubricato da vilipendio a omesso controllo e pertanto assolto. Ma in Corte di assise d’appello la sentenza, il 13 novembre dello stesso anno, fu invece di condanna: otto mesi. Paris avviò uno sciopero della fame in piazza Pasi, e si levarono molte voci di protesta per quella che fu definita, senza mezzi termini, «una sentenza ingiusta». Il suo avvocato, Vanni Ceola, parlò di «segnale inquietante di intolleranza».

Ironia della sorte: quel processo e quella condanna tornarono di attualità quando, il 14 settembre 1997 a Venezia, durante una manifestazione della Lega Nord, Umberto Bossi rivolse una celebre frase a una cittadina che teneva esposta la bandiera italiana alla finestra: «Il tricolore lo metta al cesso, signora!». Come successo a Paris, anche Bossi finì al centro di un procedimento penale per vilipendio alla bandiera, ma la Camera dei deputati approvò una delibera sostenendo che le parole rientrassero nell’esercizio delle funzioni e dell’attività politica. Come dire: otto mesi di condanna al pasticciere pacifista (nonché giornalista pubblicista) e colpo di spugna per il politico.

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