Scuola
venerdì 11 Settembre, 2026
Per gli istituti tecnici trentini è l’ultimo anno con le «vecchie regole». Ma la riforma non convince: «Mantenere il biennio comune»
di Massimo Furlani
È già entrata in vigore nel resto d'Italia, ma in provincia molti auspicano che si mantenga il modello attuale
Quella suonata ieri potrebbe essere la campanella che sancirà l’ultimo anno per gli istituti tecnici trentini come conosciuti oggi. Da settembre 2027, infatti, potrebbe entrare in vigore anche in Trentino la riforma promossa dal ministro Giuseppe Valditara riguardante la formazione professionale. Un testo che a livello nazionale è già in vigore da ieri, ma che nei mesi scorsi è stato criticato molto fortemente da sindacati e numerosi addetti ai lavori fra docenti e dirigenti scolastici.
Cosa prevede la riforma
L’obiettivo dichiarato della riforma è quello di rendere i percorsi di formazione degli istituti tecnici più vicini alle esigenze delle imprese e del mondo del lavoro, andando a incidere soprattutto sull’organizzazione delle ore dedicate ai singoli insegnamenti. Con il nuovo testo ogni istituto, oltre al numero di ore per la cosiddetta area di istruzione generale nazionale (gli insegnamenti di discipline come italiano, lingue straniere, matematica o geostoria), avrà a disposizione un monte ore «flessibile» da distribuire autonomamente (ma comunque entro i limiti massimi stabiliti dal Ministero) per personalizzare la propria offerta formativa, in base agli indirizzi proposti. Due le grosse novità, nonché i punti più discussi e criticati della riforma: in primis, il fatto che alcune di queste ore flessibili siano già previste nel primo biennio, anticipando quindi le decisioni che gli alunni dovranno prendere circa il loro percorso formativo e superando la tradizionale suddivisione fra biennio «generalista» e triennio «professionalizzante». Il secondo cambiamento riguarda invece il modo in cui queste ore vengono ricavate, in parte «togliendo» spazio all’area generale nazionale (soprattutto nel quinto anno, quando ad esempio le ore di insegnamento di italiano dovrebbero scendere da 132 a 99) e in parte accorpando più discipline. Nell’area ad indirizzo flessibile, ad esempio, compare il nuovo ambito delle «scienze sperimentali», insegnamento che include scienze della terra, biologia, chimica e fisica.
In Trentino si aspetta
Il decreto ministeriale che ha definito la riforma è stato preparato a febbraio e pubblicato a marzo, con entrata in vigore già prevista per l’inizio dell’anno scolastico partito proprio ieri. Ma in Trentino, già in primavera, la giunta provinciale ha chiesto e ottenuto la proroga di un anno sull’applicazione del testo, che avrà quindi effetto per le classi prime dell’anno scolastico 2027-2028. Un tempo ritenuto necessario per garantire agli studenti una scelta più consapevole: «Abbiamo agito prontamente per tutelare le nostre famiglie e i nostri studenti, garantendo una transizione ordinata e coerente con le specificità del sistema trentino – ha dichiarato nell’occasione l’assessora all’istruzione Francesca Gerosa – Considerata la nostra peculiare articolazione del biennio degli istituti tecnici, che non prevede la scelta definitiva fin dal primo anno e che l’attivazione della riforma a livello nazionale è intervenuta nella fase delle iscrizioni per l’anno scolastico 2026-2027, quando le scelte degli studenti e delle famiglie erano già maturate e, relativamente agli istituti tecnici, limitate solo alla scelta fra ambito tecnologico ed economico, era importante ottenere un posticipo per consentire un tempo adeguato per la scelta del percorso specifico».
«Rischio precocità»
Tempo ancora un anno per discutere della riforma e «metabolizzarne» gli effetti, quindi, anche se nel mentre le critiche e proteste da parte dei contrari alla riforma proseguono. Dubbi che non sono stati placati nemmeno dalle ultime linee guida pubblicate dal ministero pochi giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico, e che allo stato attuale vengono sollevati anche dai presidi degli istituti trentini. Ci sono perplessità soprattutto per quanto riguarda il «rischio» che gli studenti debbano già avere le idee chiare sul loro percorso dal primo anno: «Senza dubbio si tratta di una grande novità, se avrà benefici o meno lo si vedrà inevitabilmente solo fra qualche anno — considera Alfredo Romantini, dirigente dell’ Itet Pilati di Cles — Devo comunque ammettere di essere un po’ scettico su questo cambiamento. I ragazzi quando entrano nei nostri istituti sono ancora molto giovani e credo che la possibilità di far provare loro vari indirizzi nel biennio sia utile perché abbiano le idee più chiare, li aiuta a fare scelte più consapevoli. Dopo i primi due anni registriamo solo pochi casi di alunni che cambiano l’indirizzo scelto, anche questa è una conferma dell’utilità del biennio a impostazione più generalista». Di avviso simile anche il sostituto dirigente del Buonarroti di Trento Sebastiano Izzo (il T di ieri) e Paola Baratter, nuova dirigente dell’Itet Fontana di Rovereto dopo l’esperienza al liceo Prati di Trento: «C’è il rischio di un’eccessiva precocità delle scelte – dichiara – Il biennio “comune” credo sia una bella conquista a livello educativo, perché lo studente ha bisogno di tempo per maturare delle scelte consapevoli: se riuscissimo a tenere posticipato il momento della decisione riguardo all’indirizzo secondo me sarebbe meglio». Attendere un anno in più secondo la preside, può tornare utile agli istituti trentini per «limare» la riforma sugli aspetti più delicati: «Con la proroga avremo l’occasione anche di vedere i primi esiti di questa nuova impostazione e sfruttare l’autonomia, sia a livello provinciale che delle singole scuole, per ragionare sulle esigenze reali del territorio e far sì che questa riforma sia una reale occasione per i nostri studenti. Il principale rischio che dovremo tenere sotto controllo, infatti, è quello di una eccessiva diversificazione delle proposte formative fra i vari istituti».
«Andare di pari passo»
Ci sono anche elementi valutati positivamente della riforma. Su tutti, i dirigenti accolgono favorevolmente l’idea di avvicinare la proposta ai bisogni delle imprese: «L’istruzione tecnica deve andare al passo con i tempi — prosegue Romantini — Il fatto che dal mondo del lavoro arrivino tante richieste di tecnici e specifiche figure professionali è qualcosa che va tenuto in conto ed è positivo che ogni scuola, da questo punto di vista, possa pensare di allineare la sua offerta a queste esigenze». Baratter sottolinea comunque la necessità di non sottrarre spazio agli insegnamenti dell’area generale: «Va mantenuto un occhio di riguardo alle competenze e conoscenze di base: una solida formazione di questo tipo aiuta molto in un periodo storico in cui il mondo del lavoro si evolve a un ritmo frenetico».
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