Università

martedì 8 Settembre, 2026

I dottorandi in Università chiedono la contrattualizzazione: «Non ci sentiamo rappresentati»

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Beatrice Caniglia (Adi): «La borsa di dottorato è ancora percepita come un sussidio, questo invalida il nostro contributo lavorativo»

Che il mondo della ricerca italiana sia pieno di contraddizioni, lo sanno bene, e sulla loro pelle, le centinaia di dottorande e dottorandi dell’Università di Trento. A partire dalla rappresentanza: la comunità dottorale non ha infatti una rappresentanza nei principali organi decisionali dell’Ateneo. È una delle questioni affrontate al congresso annuale della sezione locale di Adi, l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia, che ha anche rinnovato il proprio direttivo. La nuova coordinatrice è Beatrice Caniglia, affiancata dalla vicecoordinatrice Lucrezia Ciccone e dalla tesoriera Alessia Battistella, confermata per il secondo mandato. Con Caniglia abbiamo fatto il punto sulla condizione dei dottorandi a Trento e sulle principali criticità del sistema.

Dottoressa, partiamo dallo scaglionamento delle borse di dottorato, approvato lo scorso anno dal Senato accademico. I dipartimenti possono scegliere tra diversi livelli di retribuzione sulla base delle risorse stanziate dall’Ateneo per ciascun corso. Come valutate questa iniziativa?

«Siamo profondamente perplessi, anche perché anche altri atenei stanno valutando di adottare questa misura. Si tratta di una soluzione che lascia la possibilità di scegliere tra tre scaglioni retributivi l’ammontare mensile delle borse di dottorato, peraltro vincolando tale scelta per i tre anni successivi a partire da novembre 2026, con il 42esimo ciclo. E questo ha poi un impatto sul numero finale di borse bandite annualmente. Prima, invece, il numero di borse era già stabilito dall’Ateneo. È evidente che si introduce il rischio di aumentare le disuguaglianze economiche tra dottorande e dottorandi afferenti a corsi diversi, talvolta anche sotto lo stesso dipartimento, e di crearne tra dottorande e dottorandi appartenenti a cicli differenti. A partire da novembre 2026 avremo dottorandi al primo anno dei corsi di dottorato al Dicam, Disi, Cimec, Dii e C3a pagati 1.600 euro al mese, una borsa superiore a quella delle colleghe e dei colleghi al secondo e al terzo anno di dottorato. Allo stesso modo, introdurre disparità economiche tra corsi di dottorato differenti e anche all’interno di uno stesso sarebbe un grave segnale non solo per l’unità della comunità dottorale, ma per l’unità dell’Ateneo stesso. Per rendere più attrattivo il dottorato, non bisogna differenziare le borse: bisogna chiedere la contrattualizzazione del dottorato di ricerca agli organi politici nazionali. Detto ciò, siamo ovviamente felici per le nostre colleghe e colleghi che riceveranno l’aumento della borsa, ma auspichiamo che questa sia presto una realtà per tutti».

La contrattualizzazione sembra un obiettivo lontano, ma anche guardando al valore delle borse l’Italia non sembra brillare rispetto al resto d’Europa.

«Partiamo dal fatto che il dottorato è visto come una mera continuazione della carriera studentesca e lo stipendio figura come borsa di studio. Non si garantisce l’accesso al sistema contributivo se non attraverso la Gestione separata, e men che meno si garantiscono giorni di malattia retribuiti, accesso a congedi parentali e ferie. La borsa di dottorato è ancora concepita quindi come un sussidio allo studio, come se si volesse invalidare il contributo lavorativo fondamentale della comunità dottorale al funzionamento dei dipartimenti: dalla didattica alla ricerca, dalle pubblicazioni fino all’organizzazione di seminari, convegni e attività di terza missione. I dottorati di ricerca in Italia sono retribuiti attraverso borse di studio per un valore minimo di 1.192,25 euro al mese. Le borse sono state oggetto di un adeguamento a partire da novembre 2025 e ammontano oggi a 1.350 euro mensili. Ma, con l’inflazione al 2,5% e l’aumento degli affitti, non è concepibile che la borsa di dottorato rimanga ferma per altri anni».

Lo scaglionamento è stato approvato dal Senato accademico, dove voi non avete un rappresentante. Siete stati almeno consultati attraverso la Consulta dei dottorandi?

«No, lo abbiamo scoperto a cose fatte. La Consulta ha un ruolo consultivo e può esprimere pareri non vincolanti, ma è capitato molto raramente che ciò avvenisse e non è avvenuto in questo caso. È una battaglia che portiamo avanti dal 2022. Chiediamo che sia garantita la partecipazione ai processi decisionali del nostro Ateneo alla comunità dottorale e ai titolari dei contratti di ricerca. Da quello che sappiamo a impedire una conformazione diversa sono gli Accordi di Milano del 2012, ma speriamo di poter ottenere qualcosa».

A livello di rappresentanza, quindi, la vostra sembra essere una comunità invisibile.

«Come dottorandi sediamo nei Consigli di dipartimento e abbiamo la Consulta della componente dottorale e dei titolari di contratti di ricerca. La cosa surreale è che in altri organi, come il Senato accademico, la categoria dei dottorandi è assimilata a quella degli studenti e dunque rappresentata da questi. La contraddizione è che la rappresentanza studentesca in Senato è considerata estesa alla comunità dottorale senza che noi abbiamo diritto di voto, né attivo né passivo. C’è anche da dire che il rapporto tra dottorandi e studenti si stabilisce in aula, dove però sediamo ai lati opposti della cattedra: l’esperienza che dell’università fa la comunità dottorale non è assimilabile a quella della comunità studentesca. Le nostre rappresentanze non sono interscambiabili».

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