L'editoriale

lunedì 7 Settembre, 2026

Le due idee di Autonomia

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L’Autonomia dinamica che si è affermata con il De Gasperi-Gruber esprime l’irrequietezza di un processo mai compiuto: sta a noi decidere la direzione che vogliamo assumere per costruire il futuro.

Sarà sempre al confine che determineremo il futuro dell’Autonomia. E il dibattito di questi giorni – promosso e ospitato sulle pagine de il T – agganciato all’80esimo del De Gasperi-Gruber è in fondo rivelatorio che permangono concezioni distanti dove l’unica certezza sono i fortini delle due Province autonome. Quando Alessandro Urzì (Fratelli d’Italia) boccia l’Euregio per rilanciare un ruolo terzo della Regione emerge un’idea di specialità istituzionale che deve rimanere nel perimetro della nazione. «Nazione» è la parola che ossessivamente ripete la presidente del Consiglio Giorgia Meloni anche in riferimento al Trentino-Alto Adige/ Südtirol. L’Autonomia è bellissima – oggi, ma la destra non è mai stata storicamente di questo avviso – se non è concepita come qualcosa che sorvola lo Stato, che sperimenta al di fuori delle geometrie nazionali. Questa idea di Autonomia riconduce ad un’altra idea, quella di un’Europa degli Stati. Cioè di una confederazione dove il peso decisivo è quello dei singoli Paesi, per ordine di rilevanza, e non l’architettura sovranazionale con tutti i suoi limiti e le sue straordinarie possibilità.

L’Unione europea procede nonostante tutto e la stessa premier ha dovuto misurarsi su come quell’utopia – nata ugualmente con il contributo decisivo di De Gasperi – non sia aggirabile e alla fine sia anche un ombrello dove cercare protezione quando gli alleati politici e ideologici (il presidente americano Trump) ti scaricano. L’Unione europea c’è e ci sarà, quindi meglio ingaggiare una battaglia di definizione per accorciarle il guinzaglio a vantaggio degli Stati membri. In questa rigida griglia il ruolo delle Autonomie è compresso. Ecco allora che la Regione – pur essendo una sopravvivenza istituzionale nello schema dello Statuto del 1972 – non può che essere l’unica soluzione praticabile perché è contenuta nell’ordinamento dello Stato.

L’Euregio conduce ad un’altra concezione della frontiera (e risponde al diritto comunitario). Non è più una delimitazione, ma uno spazio osmotico, di passaggi e di rilasci, di avanguardie che esplorano l’inedito. È significativo che il presidente Mattarella, con sensibilità, sia a Merano che a Trento si sia riferito all’Euregio. A Merano ha osservato che «la cooperazione transfrontaliera costituisce un elemento cardine ulteriore tra i nostri due Paesi (Austria e Italia, ndr) e un contributo rilevante al rafforzamento dell’Unione. Da entrambi i punti di vista, possiamo guardare con fiducia alla sempre più stretta collaborazione che si realizza tra i territori frontalieri nell’ambito dell’Euroregione Tirolo-Alto Adige/Südtirol-Trentino». A Trento Mattarella ha parlato della necessità «di una nazione non fossilizzata», ha rimarcato la sottile congiunzione tra democrazia e Autonomia («La democrazia è prima di tutto fiducia nella capacità di sapersi governare») e poi ha collocato la specialità nel più ampio campo da gioco europeo, rispolverando l’antico obiettivo di De Gasperi. «La nozione della frontiera come recinto per contenere i propri cittadini era del tutto estranea a De Gasperi. Le regioni frontaliere sono state e sono consapevoli di essere luoghi di condivisione e di incontro e la Repubblica è chiamata a rimuovere gli ostacoli che impediscono non soltanto ai singoli ma anche alle comunità di evolvere e sperimentare forme di autogoverno».

Elisa Bertò (Segretariato Euregio) ha trovato un’immagine efficace nella sua intervista al nostro giornale: «Il confine non è più contenibile». Quello dell’Euregio, come è stato sottolineato dai tre presidenti (Fugatti, Kompatscher e Mattle) e dai loro predecessori che avviarono il Gect (Dellai e Durnwalder), conduce all’Europa delle Regioni. E delle municipalità, citate da Fugatti come linfa dell’Autonomia. L’Euregio è una scommessa ancora in embrione e poco conosciuta dalle tre popolazioni alpine. E con un possibile gap: non sono più i tempi dell’impero austro-ungarico. Le tentazioni centrifughe sono potenti, soprattutto quelle dell’omologazione (amministrativa, culturale e linguistica con il ruolo coloniale dell’inglese che riduce gli spazi di condivisione).

C’è poi un altro elemento condizionante. Se i progetti politici e istituzionali non diventano vita comune, quotidianità, esperienza, paesaggio condiviso e incontro (il presidente del Tirolo Mattle ha insistito sulla necessità che le persone dei tre territori dell’Euregio si conoscano attraverso le progettualità offerte) la cooperazione rimarrà confinata, avrà una marcia ridotta. Diversamente spingerà anche l’evoluzione istituzionale in una direzione ad oggi misteriosa. L’Euregio non è in competizione con la Regione, ma chiama maggiormente in causa la capacità di condividere i poteri tra le Province autonome e il Land Tirol.

L’Autonomia dinamica che si è affermata con il De Gasperi-Gruber esprime l’irrequietezza di un processo mai compiuto. Cambiano i contesti storici, cambiano i paesaggi istituzionali e cambiano anche le necessità che avvertono le comunità autonome. Sta a noi decidere la direzione che vogliamo assumere per costruire il futuro.

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