Val di Fiemme
lunedì 17 Agosto, 2026
Stramentizzo, 70 anni fa l’addio: il paese fu raso al suolo e gli abitanti esodati per fare posto all’invaso
di Alberto Folgheraiter
A maggio del 1956 cominciò l'evacuazione, poi la dinamite
Prima fabbricarono una diga, poi demolirono il villaggio. Sacrificato sull’altare dell’energia idroelettrica Stramentizzo fu sbriciolato dalla dinamite, mentre le lacrime di chi lasciava le vecchie abitazioni per trasferirsi altrove si mischiavano con i flutti dell’Avisio che lentamente crescevano fino a formare un grande lago. Accadde tutto nell’estate di 70 anni fa e chi ancora sopravvive all’esodo forzato racconta quella costrizione con un groppo in gola. Certo, poco più in alto, sulla valle, erano stati costruiti nuovi alloggi ma non tutti accettarono lo scambio. «No, noi sen restàdi chi. Era rimaste in piedi solo le case delle famiglie di Francesco Pergher, mio papà, e di Ignazio Betta, mio zio».
Mariano Pergher (1948) abita con la moglie Edilia a fianco della strada provinciale, poco sopra l’ansa del lago che da 70 anni ricopre le tracce del vecchio paese di Stramentizzo. Quella casa, racconta, fu bruciata per rappresaglia dai nazisti nel maggio del 1945 i quali appiccarono il fuoco all’intero paese. Era stata appena ricostruita quando arrivarono gli «elettrici» che volevano nuovamente raderla al suolo. «Gh’era ‘na diatriba. No i ghe daseva gnènt (non davano nulla) a sta povera gente». Gli indennizzi erano scarsi per cui le due famiglie Pergher e Betta avevano resistito. Tutti gli altri se n’erano andati via: chi a Scales, nel nuovo villaggio sul pianoro, chi a Molina e Castello di Fiemme. L’evacuazione, in più fasi, era cominciata il 7 maggio 1956 quando furono dissotterrati i morti del cimitero. Giovedì 24 maggio, con una processione furono trasferiti gli arredi e le suppellettili sacre della chiesa dedicata agli Angeli custodi che risaliva al 1738. Il 18 giugno l’acqua cominciò a crescere e a sommergere i ruderi del vecchio abitato. Il 24 giugno, domenica, fu organizzata una «festa dell’addio». La chiesa fu demolita con la dinamite il 5 luglio. L’indomani toccò al campanile.
Al principio del XX secolo, Stramentizzo contava 130 abitanti, dei quali soltanto 4 risultavano assenti per emigrazione. Cinquant’anni dopo, al tempo dello smantellamento e dell’evacuazione, gli abitanti erano appena 89 di 22 nuclei familiari. Solo 36 traslocarono a Scales. Dal 1928 il comune di Stramentizzo non era più autonomo. Il fascismo lo aveva aggregato a quello di Castello di Fiemme. I lavori per la realizzazione del bacino artificiale cominciarono nel luglio del 1952. L’impianto definitivo fu inaugurato nel 1958. Alla forra dei Camini, nel punto più stretto fra la Val di Fiemme e la Val di Cembra, fu alzata una diga di sbarramento alta 63 metri, con una corona di 93 metri. In tal modo fu creato un lago artificiale di 2 chilometri e mezzo di lunghezza, 350 metri di larghezza e una capacità di invaso di 10 milioni di metri cubi. Contemporaneamente, fu scavato un tunnel, lungo 9 chilometri e 700 metri, una condotta forzata per alimentare la centrale idroelettrica di San Floriano in valle dell’Adige. Realizzata in caverna nel territorio del comune di Egna (Bolzano), alla centrale si accede attraverso una galleria di 240 metri. La sala macchine è lunga 75 metri, larga 15 e alta 13 metri. Il salto dell’acqua nella condotta forzata è di 562 metri.
Progettato dall’ingegner Edoardo Modl (1876-1957) per conto della «Società Avisio», l’impianto di Stramentizzo-S. Floriano rappresentò «un esempio di autonomia e di riscossa dei capitali e delle forze locali nel campo idroelettrico dopo decenni di colonizzazione da parte di società nazionali», scrisse il giornalista Mauro Lando (1946-2024). Scrisse Rita Pernbrunner Bazzanella («Storia di Stramentizzo», 1987), che fu insegnante per 31 anni nella pluriclasse di Stramentizzo: «Il lavoro in galleria veniva svolto da squadre di 6-7 operai, a turni di otto ore ciascuno. Spesso si verificavano gelosie, rivalità e talvolta perfino risse fra le squadre, perché ognuna, oltre la paga base, riceveva una specie di cottimo, in proporzione al lavoro di “avanzamento” svolto. Le condizioni igieniche non erano le migliori: molti si ammalarono di silicosi, altri di reumatismi e artriti, dovendo operare in ambienti molto umidi. I morti furono 8». Oltre alle vittime civili, un costo elevato fu pagato dall’ambiente. Ricordava l’ex sindaco di Capriana, Pio Capovilla (1937-2014) che «la costruzione della galleria che congiunge Rover a San Floriano provocò il prosciugamento di importanti sorgenti, come quella che alimentava l’acquedotto di Anterivo e alcune zone paludose sopra Capriana. In termini ecologici l’effetto più disastroso fu però l’impoverimento del tratto di torrente dopo la diga, trasformato da allora in un’arida pietraia per la maggior parte dell’anno».
Notò Mauro Lando («L’epopea idroelettrica», 1982) che «mentre le altre dighe arrivarono nelle nostre vallate perché decise a Roma o a Milano, la diga di Stramentizzo fu voluta dalle genti della Valle di Fiemme e per gli interessi della comunità trentina. I soldi per avviare l’impresa furono quelli della Sit (emanazione del Comune di Trento), della Regione e della Magnifica Comunità di Fiemme: insomma un’impresa tutta locale».
Va notato, peraltro, che l’energia elettrica prodotta dalla centrale di San Floriano si dimostrò «un vero affare». Ma in val di Fiemme non arrivò nemmeno un kilowatt di corrente legata allo sfruttamento delle acque di casa. La Valle continuò a rifornirsi dalla Ste (Società elettrica trentina), mentre l’energia di San Floriano fu venduta alle industrie di Marghera, nella Laguna veneta.
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