L'intervista

domenica 9 Agosto, 2026

Parto, in Trentino il 93% delle donne segue il percorso nascita. E una su tre sceglie l’analgesia farmacologica

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Il primario del Dipartimento di ginecologia Taddei: «Non dobbiamo pensare al controllo del dolore soltanto come una questione farmacologica. La presenza continuativa dell’ostetrica ha un ruolo fondamentale»

Se la partoanalgesia racconta un modo sempre più diffuso di sottrarre il dolore del parto alla dimensione dell’inevitabile, non è l’unico cambiamento in corso nelle sale parto trentine. Accanto all’analgesia farmacologica si sta infatti facendo spazio un’idea diversa del controllo del dolore: non eliminarlo necessariamente, ma accompagnare la donna nella sua gestione. Un approccio che mette al centro non soltanto la sicurezza clinica, ma anche l’autonomia della donna e la possibilità di scegliere come vivere il proprio travaglio. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Taddei, direttore del Dipartimento transmurale ostetrico-ginecologico.
Professore, partiamo dal percorso nascita. Qual è la fotografia del Trentino?
«In Trentino l’adesione al percorso nascita è molto alta: nel 2025 ci siamo assestati sul 93 per cento del totale delle donne in gravidanza. È un dato che riteniamo particolarmente significativo, perché il percorso nascita non riguarda soltanto il momento del parto, ma accompagna la donna già nella fase preconcezionale, durante la gravidanza e poi nel puerperio. L’obiettivo è garantire accessibilità, qualità, sicurezza, continuità assistenziale e appropriatezza delle cure, mettendo al centro la donna, il neonato e la famiglia. È un modello organizzativo integrato e che permette di offrire non soltanto assistenza clinica, ma anche prevenzione, counselling, screening e sostegno nel periodo successivo al parto».
Eppure, se guardiamo al momento del travaglio, emerge una questione molto concreta: quella del dolore. Quanto è diffuso il ricorso all’analgesia farmacologica?
«La cosa interessante è che, nonostante l’accesso al percorso nascita sia così elevato, soltanto circa un terzo delle donne sceglie poi di ricorrere all’analgesia farmacologica. Questo ci dice che esiste una parte importante delle donne che affronta il travaglio senza analgesia farmacologica e che può avere interesse a utilizzare modalità differenti per gestire il dolore. Naturalmente l’analgesia farmacologica, quando richiesta e quando indicata, rappresenta uno strumento importante. Ma è altrettanto importante che la donna possa conoscere le diverse possibilità che ha a disposizione e scegliere in maniera consapevole come affrontare il travaglio»
Quali sono, quindi, le alternative all’analgesia farmacologica che state sviluppando e proponendo?
«Parliamo soprattutto di metodi non farmacologici per il controllo del dolore. Non hanno l’obiettivo di eliminare completamente la percezione dolorosa, ma di ridurla, favorendo al tempo stesso il rilassamento, l’autonomia e il coinvolgimento della donna durante il parto. Possono essere utilizzati da soli oppure insieme alle tecniche farmacologiche. Le linee guida internazionali raccomandano proprio di offrire alla donna una possibilità di scelta tra diversi metodi, adattandoli alle sue preferenze e alle caratteristiche del travaglio. Non esiste una tecnica che funzioni nello stesso modo per tutte: l’approccio deve essere individualizzato».
Quali strumenti avete concretamente a disposizione nelle sale parto?
«Ce ne sono diversi. Innanzitutto il movimento e la possibilità di assumere liberamente posizioni differenti: camminare, oscillare il bacino, utilizzare la palla da parto, assumere posizioni verticali, accovacciarsi, inginocchiarsi o sedersi. Sono modalità che possono favorire la progressione del travaglio e contribuire a diminuire la percezione del dolore. Poi ci sono le tecniche di respirazione e rilassamento, il massaggio, la pressione sulla zona sacrale durante le contrazioni, l’applicazione di calore o freddo. L’idroterapia, attraverso la doccia calda o l’immersione in vasca, può favorire il rilassamento muscolare e ridurre il dolore, soprattutto durante la fase attiva del travaglio. Abbiamo inoltre strumenti come le fasce aeree, i palloni elastici e il rebozo. Stiamo sperimentando, insieme con la Fondazione Kessler, anche la realtà virtuale per la fase prodromica e valutando altre possibilità, come la musicoterapia e la digitopressione».
Tra queste possibilità lei ha sottolineato in particolare l’assistenza ostetrica continuativa, il cosiddetto one-to-one. Perché è così importante?
«Perché non dobbiamo pensare al controllo del dolore soltanto come a una questione farmacologica. La presenza continuativa dell’ostetrica ha un ruolo fondamentale. Le principali linee guida internazionali, raccomandano che ogni donna in travaglio possa ricevere un’assistenza one-to-one. La presenza costante di una professionista, insieme alla persona di fiducia scelta dalla donna, permette di combinare il monitoraggio clinico con il supporto emotivo e con la promozione della fisiologia del parto. Numerosi studi hanno associato il supporto continuo a una riduzione del ricorso al taglio cesareo e ai parti operativi, come quelli con ventosa o forcipe, a una minore richiesta di analgesia farmacologica e a una maggiore probabilità di parto vaginale spontaneo. Ma c’è anche un altro aspetto: la donna riferisce una maggiore soddisfazione, una migliore percezione del controllo e una minore ansia rispetto all’esperienza del parto».
Quindi il modo in cui una donna viene accompagnata durante il travaglio può incidere anche sulla percezione del dolore?
«Certamente. Il dolore del parto non è soltanto un fenomeno fisico: entrano in gioco anche paura, ansia, tensione e senso di controllo. Questo non significa negare il dolore o sostenere che tutte le donne debbano affrontarlo senza farmaci. Significa piuttosto mettere a disposizione più strumenti e permettere a ciascuna di trovare quello più adatto alla propria esperienza».
A proposito di scelta: nel dibattito sulla nascita c’è anche chi sceglie di partorire fuori dall’ospedale.
«È una pratica residuale. Secondo gli ultimi dati Cedap, nel 2025 su 3.543 parti complessivi soltanto lo 0,23 per cento è avvenuto in casa. La donna ha piena libertà di scelta rispetto al percorso di gravidanza e di parto che vuole seguire. Il nostro compito è fornire informazioni corrette e permettere che questa scelta sia consapevole. Detto questo, posso dire chiaramente che il parto in casa non è una modalità che viene promossa dal nostro Dipartimento. Il punto è che in ospedale abbiamo la possibilità di intervenire immediatamente qualora si verifichi una complicazione. Nel caso di un’emorragia importante, per esempio, la tempestività può essere determinante. Anche una gravidanza che si è svolta senza problemi e che non presenta fattori di rischio particolari può andare incontro a un evento inatteso nel momento del parto».
Torniamo allora al tema da cui siamo partiti: dolore e scelta. Che cosa significa oggi, secondo lei, garantire una nascita rispettosa delle scelte della donna?
«Significa innanzitutto informarla. Una donna deve sapere quali sono le possibilità che ha a disposizione, quali sono i benefici e i limiti delle diverse tecniche e quali sono le situazioni in cui un intervento può diventare necessario».

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