Terra Madre

mercoledì 15 Luglio, 2026

«Mettiti nei panni (anzi, nel guscio) di una testuggine». L’idea del Museo Civico di Rovereto per sfidare l’antropocentrismo

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Ogni giovedì mattina attività al Bosco della Città a Sperimentarea. Lo zoologo Gionata Stancher: «Così usciamo dalla solita prospettiva»

La Fondazione Museo civico di Rovereto ha fatto delle testuggini – originali testimoni viventi a quattro zampe dell’alterità animale – un modello per superare quel vizio culturale dannoso di metterci al centro del mondo. Parliamo – chiariamolo – di animali sequestrati o consegnati da condizioni di cattività o abbandono. Le attività si svolgono al Bosco della Città, a Sperimentarea, ogni giovedì mattina. «Questa attività con un animale particolare, diverso dai soliti cani e gatti con i quali la maggior parte della gente interagisce — esordisce Gionata Stancher, zoologo del Museo — di per sé fa uscire il pubblico dalla zona comfort. Noto che le nuove generazioni sono spaventate dagli animali un po’ particolari. Con questi laboratori (dove si alimentano le nostre ospiti col carapace) aiutiamo a familiarizzare con animali innocui come le testuggini, per prepararsi ad una interazione rispettosa con altre specie “non convenzionali”».

Affrontate così anche il tema della nostra responsabilità verso l’ambiente e la perdita di biodiversità e dell’impatto delle nostre scelte?
«Sì, perché il punto di partenza è mettersi nei panni dell’animale con il quale si interagisce (nel nostro caso spieghiamo ai bambini un approccio graduale, rispettoso alle testuggini). Diamo informazioni su come vivrebbe la specie in natura (nella macchia mediterranea, con forte insolazione) e di quanto sia sbagliato costringerla al chiuso, con luce artificiale. Si capisce che non sia corretta la cattività a quel punto. Spieghiamo che in natura sono timorose dell’uomo (non da noi, per forza di cose). Il messaggio di fondo è: quando si interagisce con un animale, lo si faccia non da una prospettiva umana, ma dalla prospettiva dell’animale e delle conoscenze che ne abbiamo».

Il museo si è dotato di nuove sale della zoologia. Quali sono i contenuti salienti?
«L’anti-antropocentrismo è il filo conduttore. Il messaggio principale è che quelle sale parlano anche della specie umana, in quanto specie animale. Il filo conduttore tocca l’origine della vita sulla Terra, i meccanismi che hanno portato al differenziamento delle specie, la posizione dell’essere umano nella natura, elemento molto importante. Illustriamo come l’uomo non sia al vertice di una piramide, ma al contrario sia un rametto di un albero, che è l’albero della vita, dove tutte le specie sono allo stesso livello. Nell’ultima sala presentiamo il tema dell’intelligenza degli animali, anche qui lo scopo è sfatare un mito molto solido, cioè il fatto che noi saremmo l’unica specie intelligente, dotata della capacità di fabbricare strumenti, abilità matematiche, creare concetti, eccetera. Si presentano studi che dimostrano come anche le altre specie animali posseggano questo tipo di abilità, magari in forma più rudimentale ma comunque sempre in continuità tra le altre specie animali e la nostra».

Non può mancare Charles Darwin, lo studioso che nell’Ottocento comprese il meccanismo dell’evoluzione delle specie, giusto?
«Sì, Darwin è un po’ l’ispiratore di tutte le sale. È stato il primo che ha spiegato come noi siamo il risultato biologico dello stesso processo che ha prodotto vermi, mosche, piante, funghi, quindi dal punto di vista di Darwin (che poi è quello attuale delle scienze biologiche) non abbiamo niente di “assolutamente” diverso dalle altre specie animali. Abbiamo capacità diverse, non superiori ma diverse ma deriviamo dalla stessa materia, e sono molte di più le cose in comune che non quelle esclusivamente nostre, umane. La nostra visione è distorta perché tendiamo a focalizzarsi su quello che ci distingue, come il linguaggio, dimenticando istinti e caratteristiche che abbiamo in comune».

Quali sono i danni maggiori dell’antropocentrismo?
«Tutti i danni agli ecosistemi derivano dalla visione distorta dell’antropocentrismo, anche il cambiamento climatico. Ci vediamo come entità superiore e quindi estranea al mondo che stiamo distruggendo, ma se ci rendessimo veramente conto che stiamo distruggendo la nostra casa, se percepissimo l’ambiente naturale come la nostra casa, non lo distruggeremo così. Il problema è che i danni non ricadono nell’immediato, magari ci vuole qualche decina o centinaia d’anni, ma di fatto le conseguenze cominciamo già a sentirle».

Cosa colpisce di più la nostra idea di unicità intellettiva, in quelle sale?
«In una sala abbiamo collocato otto cervelli di otto diversi vertebrati ed a lato si trova invece il cervello umano: anche qui abbiamo fatto un’operazione anti-antropocentrica, togliendo l’essere umano dal centro, dando centralità alle caratteristiche di altri cervelli. Fra le parti più interessanti, infatti, per me ci sono quelle sull’intelligenza animale. Per esempio illustriamo che se ai piccioni si spiega la differenza tra un quadro impressionista e uno cubista, ripetendo su una serie di quadri, poi loro cominciano a classificare anche quadri nuovi, con classificazioni artistiche corrette. Addirittura, se si insegna a un piccione a distinguere disegni belli da disegni brutti, acquisisce in breve tempo il criterio e lo applica a disegni nuovi. Prima di questi esperimenti si pensava che il linguaggio fosse necessario per questo tipo riconoscimento, invece lo fanno i piccioni e – si è scoperto di recente – anche le api, che hanno pochissimi neuroni rispetto a noi. Sulla fabbricazione di strumenti, ritenuta sbagliando cosa solo umana, in alcuni filmati mostriamo corvidi che fabbricano proprio uno strumento, un bastoncino di legno tolto da un ramo, usato per raggiungere un pezzo di cibo dentro un tubo trasparente».