L'esposizione
lunedì 29 Giugno, 2026
Violenza domestica, «Buried Love» arriva a Borgo Valsugana: la mostra che rompe il silenzio sul trauma familiare
di Redazione
Dopo il successo a Trento con oltre 3mila visitatori, il progetto fotografico di Sabrina Shannon Santorum approda in Valsugana
Dopo oltre 3mila visitatori nel capoluogo, il progetto fotografico di Sabrina Shannon Santorum approda in Valsugana con un’esposizione immersiva e una giornata di studi dedicata a violenza domestica, memoria e trauma intergenerazionale.
Dopo il successo registrato a Trento, dove ha accolto oltre 3mila visitatori, la mostra “Buried Love” approda a Borgo Valsugana, riportando il progetto proprio nel territorio in cui prende origine la storia raccontata. L’esposizione della fotografa Sabrina Shannon Santorum affronta il tema del trauma intergenerazionale, partendo da una vicenda familiare segnata dalla violenza domestica, dai silenzi e dalla vergogna, per trasformarla in una riflessione collettiva attraverso l’arte.
L’iniziativa sarà accompagnata, giovedì 18 luglio, dalla giornata di studi «I panni sporchi (non) si lavano in famiglia. Un’indagine sul trauma intergenerazionale», dedicata ai temi della memoria, della trasmissione del trauma e della violenza nelle relazioni familiari.
Il progetto “Buried Love”, il cui titolo significa “Amore sepolto”, nasce dall’esigenza dell’autrice di dare voce a una storia rimasta nascosta per oltre sessant’anni. Al centro del racconto c’è la vicenda della nonna Graziella, nata nel 1956 in un piccolo paese della Bassa Valsugana e cresciuta in un contesto familiare segnato da un padre violento e da una madre incapace di proteggerla. Attraverso fotografie recuperate dagli archivi di famiglia, immagini danneggiate, documenti e ricordi frammentati, Santorum ricostruisce una genealogia femminile attraversata dalla violenza e dal silenzio.
La mostra utilizza fotografia documentaria, installazioni audiovisive, performance e arte partecipativa per trasformare una memoria privata in un messaggio universale. Il paesaggio alpino diventa parte integrante del racconto, simbolo di isolamento ma anche possibile luogo di rinascita.
«Portare questa mostra a Borgo Valsugana ha un enorme significato simbolico. La storia che racconto è profondamente radicata al territorio che l’ha generata e al modo in cui vengono tradizionalmente gestiti gli episodi di violenza domestica: in silenzio e con vergogna. Una violenza che passa di generazione in generazione fino a che qualcuno non ha il coraggio di parlare. L’obiettivo di questo progetto artistico non è solo rendere visibili eventi taciuti, ma spezzare la catena della reiterazione del trauma. La cicatrice di mia nonna la portiamo tutte. Disinfettarla permetterà finalmente di farle prendere aria, senza più silenzi né paure», spiega Sabrina Shannon Santorum.
La giornata di approfondimento del 18 luglio si aprirà con la presentazione del progetto di ricerca WISH dell’Università di Padova, dedicato agli effetti dello stress relazionale cronico provocato dalla violenza domestica sulla salute fisica e mentale delle donne. Seguirà l’intervento di Diletta Mauri, docente del Dipartimento di Psicologia e Scienze Cognitive dell’Università di Trento, che presenterà il volume «Maltrattamento infantile e servizi sociali. La violenza come eredità familiare», dedicato ai percorsi per interrompere i cicli del maltrattamento.
Nel pomeriggio sarà invece presentato il graphic novel «Mor» di Sara Garagnani, premiato al Comicon 2023, che racconta la trasmissione dei traumi tra quattro generazioni di donne. La giornata proseguirà con una visita guidata alla mostra insieme all’autrice e alle attiviste di Zona Franca Aps, per concludersi con la presentazione del progetto di imprenditoria femminile Birra Impavida, birrificio artigianale indipendente con sede ad Arco.
Il percorso espositivo accompagna il visitatore attraverso fotografie, documenti d’archivio, pannelli dedicati agli aspetti psicologici dei traumi intergenerazionali, installazioni audiovisive e il «Manifesto dell’infelicità», che raccoglie in dialetto trentino e in italiano alcune frasi simbolo del contesto sociale e culturale vissuto dalle protagoniste. Cuore della mostra è un tunnel sensoriale nel quale si intrecciano le voci della nonna e dell’autrice, facendo emergere due episodi di violenza. Il percorso si conclude con uno spazio protetto e anonimo dove i visitatori possono lasciare la propria testimonianza, trasformando l’esperienza in un momento di condivisione e cura collettiva.
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