L'intervista
venerdì 19 Giugno, 2026
I 75 anni di Francesco Moser: «L’avversario più forte? Hinault. Saronni? Un rompiscatole. Il ciclismo italiano è in crisi e per i miei “eredi” in famiglia è troppo presto»
di Lorenzo Fabiano
«Vincere il giro con arrivo in Arena è stata la gioia più grande. Tra i vini che produco quello a cui tengo di più è il Trento Doc Metodo classico»
Avviso alla popolazione: oggi è il compleanno dello Sceriffo. Francesco Moser compie 75 anni, e li festeggia a modo suo: vale a dire con zero chiacchiere e ancor meno distintivi da mettersi sul petto, sebbene ne abbia ben 273. Sono le sue vittorie in una lunghissima carriera che, quando sembrava ormai essere incanalata su viale del tramonto, visse una seconda giovinezza nel 1984 allorché lo Sceriffo mise la sua firma sul Record dell’Ora, la Milano-Sanremo e, soprattutto, il Giro d’Italia. Il più vincente di sempre tra i corridori italiani, quello di Moser era un ciclismo tranchant come il suo carattere forte e deciso: correva di forza e all’attacco, sempre davanti, mica lì mischiato nel gruppone. E quando qualcosa non gli andava giù, la mosca al naso gli balzava spesso, non le mandava certo a dire: io faccio come dico io, voi fate come vi pare. Amen e buonanotte.
Buon compleanno, Francesco Moser.
«Grazie».
Come lo festeggia?
«Mah, niente di particolare. Faremo una bella cena».
A 75 anni lei è sempre in formissima.
«Non sto mai fermo, sono sempre in movimento. Lavoro in campagna, nella vigna, e faccio dei lavoretti, soprattutto per tenere bene in ordine le stradine qua attorno».
Bicicletta?
«Sì, tre volte alla settimana. Ma non mi massacro eh».
Be’, mi pare giusto. Ha già dato abbastanza in sella alla bici, o no?
«Sì, infatti. È proprio per quello che è inutile a mettersi a fare certe cose».
Francesco, se pensa alla sua vita qual è la prima cosa che le viene in mente?
«Tante cose. Penso a quando andavo a scuola, a quando coi miei fratelli andavamo in campagna con nostro padre. Poi, penso a quando ho cominciato a correre, è che è stata una cosa così…, diciamo nata più per curiosità che per convinzione».
Visto quanto ha poi fatto, diciamo che non fu una scelta sbagliata.
«Vedevo che andavo bene, e allora ce l’ho messa tutta».
Lei ha vinto tutto nella sua carriera. Dovesse scegliere il luogo dove ha vissuto il momento più bello, quale sceglierebbe tra San Cristobal, Città del Messico e l’Arena di Verona?
«L’Arena di Verona. Il Giro d’Italia è una corsa di tre settimane, dal fascino unico. Te la devi guadagnare giorno per giorno».
Il duello con Laurent Fignon che si decise all’ultimo atto, nella cronometro finale con l’arrivo all’Arena di Verona.
«Credo in realtà che lui quel Giro lo perse sul Blockhaus, quando lo staccai e arrivai alle spalle di Argentin. Quella era una tappa adatta a lui, ma lo sconfissi proprio sul suo terreno prediletto. Va poi detto che io a cronometro ero più forte di Fignon. Lo avevo già battuto due volte in quel Giro. Nell’ultima cronometro da Soave a Verona, dopo una decina di chilometri capii che potevo finalmente vincerlo io il Giro d’Italia. All’undicesimo tentativo era arrivato il mio momento».
Le corse di un giorno?
«La corsa di un giorno ti dà la soddisfazione immediata, perché dalla mattina alla sera cambiano un sacco di cose. Vinci il Mondiale, vinci la Roubaix, vinci la Sanremo, fai il Record dell’Ora; chiaro che non si dimentica niente».
E tre Roubaix di fila come si vincono?
«Si vincono andando forte e stando sempre davanti, perché se stai dietro stai pur certo che la corsa non la vinci».
In una carriera così lunga ci sarà anche un rimpianto, una corsa che poteva andare meglio.
«Ah di sicuro! Il rimpianto rimane il Mondiale del 1978 che persi al Nürburgring».
Gerrie Knetemann, l’olandese occhialuto, un «chiagne e fotte». Diceva che era morto, e invece…
«Eh già, lui diceva di essere morto, ma fui io a sbagliare la volata partendo troppo lungo. Lui resistette fino all’ultimo e mi batté per pochissimo».
La chiamavano «lo Sceriffo», di chi è il copyright?
«Di Paolo Rosola e Riccardo Magrini. Sono stati loro a chiamarmi così. Venne fuori a un Giro d’Italia quando prima della partenza ci si ritrovava al pullman a bere il caffè e ci si scambiava quattro chiacchiere. Mi chiamarono così, in quanto diciamo che la mia parola in gruppo non passava inascoltata».
Son passati tanti anni, ma lei e Saronni non andate d’accordo nemmeno oggi.
«È lui che deve fare sempre polemiche. Io cerco di evitarlo, perché nella vita è inutile andare in giro coi rompiscatole».
L’avversario più forte che ha incrociato sulla strada nella sua carriera?
«Bernard Hinault. Ho corso anche con Merckx, ma quando lui era avviato verso il termine della carriera. Hinualt lo incrociai invece nel pieno della carriera».
Francesco, il ciclismo italiano arranca…
«Non abbiamo squadre, e questo credo che sia il motivo principale per cui non riusciamo a far crescere corridori di primo piano. Poi, per carità, il ciclismo è fatto di cicli che si aprono e si chiudono, e sfido chiunque a dire che si aspettava che la Slovenia sfornasse un corridore come Pogacar. Lui vince, e altri lottano per arrivare secondi».
Ma dalla dinastia dei Moser non è che ne tirate fuori un altro?
«I figli di mio nipote Leonardo corrono. Sono giovanissimi, arrivare in fondo è molto lunga. È troppo presto».
Anche il Giro d’Italia non è che sia stato particolarmente entusiasmante, che ne pensa?
«Vingegaard era troppo forte rispetto a tutti gli altri. Non ha avuto un solo momento di difficoltà in tutto il Giro. In pratica, è venuto qua, si è fatto l’allenamento come voleva, e credo si sia preparato molto bene per il Tour. A questo punto spero riesca a dare del filo da torcere a Pogacar, almeno vediamo un po’ di corsa».
Ma perché al Tour ci vanno tutti e al Giro no?
«Le squadre mirano il Tour, perché il Tour è la vetrina più importante. E anche il calendario del Giro non aiuta, perché i grandi fanno le classiche e poi si riposano. Sarebbe meglio farlo a settembre il Giro, avremmo molta più partecipazione».
A settembre c’è la Vuelta. Una volta si correva prima del Giro, son stati furbi gli spagnoli a spostarla così avanti.
«In realtà, quando la riforma fu fatta, e io ero lì, furono gli organizzatori del Giro a voler essere la prima grande corsa a tappe dell’anno. Lo hanno persino anticipato, cosa che non va bene, per il rischio di incappare nel maltempo e in un sacco di problemi legati a pioggia e neve in alta quota».
Lei al Tour ci andò nel 1975.
«Vinsi due tappe, indossai la maglia gialla, e a Parigi arrivai con la maglia bianca di miglior giovane».
Perché poi non ci è più andato?
«Perché allora le nostre squadre non erano strutturate per poter affrontare Giro e Tour, uno dopo l’altro».
Un’ultima domanda, Francesco. Lei è produttore di vini: stando alla scheda organolettica, in che vino si ritrova Francesco Moser?
«Mah, qui facciamo rossi come Lagrein e Teroldego, ma il vino che più mi rappresenta è lo spumante Trento doc 51,151. È il Metodo Classico prodotto dalla nostra famiglia per la prima volta nel 1984. Il nome celebra il Record dell’Ora che feci a Città del Messico, proprio in quell’anno».
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