L'intervista
lunedì 21 Settembre, 2026
Sarà uno dei (pochi) prossimi preti del Trentino. La vocazione di Gianluca Marocchi: «Essere un sacerdote era il mio sogno fin da bambino»
di Fabiana Calliari
Il 26enne di Fiavè: «Ho incontrato Papa Leone, mi ha benedetto. I giovani disertano la Messa? Devono essere coinvolti»
Gianluca Marocchi, classe 2000 e originario di Fiavé, è al quarto anno di formazione nell’Arcidiocesi di Trento. Una scelta maturata nel tempo, nata dalla passione per la celebrazione della Messa e accompagnata da esperienze di volontariato e spiritualità. Ora per lui si apre una nuova tappa a Senigallia, in una comunità di cinque parrocchie, mentre lo scorso 2 settembre ha potuto realizzare un desiderio: incontrare Papa Leone XIV.
Una vocazione che non è arrivata all’improvviso, ma che ha accompagnato Gianluca fin dall’infanzia. Insieme a lui altri tre seminaristi, due dal Trentino e due da Belluno-Feltre. «Al momento non ce ne sono di nuovi», racconta, fotografando una realtà che deve fare i conti anche con un numero sempre più ridotto di giovani che scelgono questo percorso. Eppure, per Gianluca, il rapporto con la Chiesa affonda le proprie radici molto lontano. Durante gli anni delle scuole medie e superiori ha continuato a coltivare questa dimensione, partecipando con costanza a gruppi spirituali. Ha proseguito gli studi in Beni culturali, interrotti però al secondo anno. Nel 2023 la decisione di entrare in seminario, dove ha iniziato gli studi di teologia e un percorso di approfondimento della propria vocazione.
C’è stato un momento in cui ha capito che il sacerdozio poteva essere la sua strada?
«Non c’è stato un momento preciso in cui ho pensato “questa è la mia strada”. Ho sempre avuto questa attenzione per la figura del sacerdote, ma quello che mi ha accompagnato è legato alla liturgia, quindi la celebrazione della messa e la sua preparazione. Ho fatto il chierichetto per vent’anni e sempre da piccolo la domenica andavo dai nonni e iniziavo ad imitare quello che vedevo. È sempre stata una parte di me».
Recentemente ha incontrato Papa Leone XIV. Com’è successo e com’è stato l’incontro, soprattutto?
«Durante l’estate, grazie ad alcuni contatti, ho avuto l’occasione di incontrare il cardinale Pietro Parolin che ogni anno viene in ferie in Primiero. In quell’incontro mi sono permesso di condividere il mio desiderio di incontrare il Papa. Il cardinale mi ha suggerito di scrivere una lettera indirizzata al Papa e, un mese dopo, mi risponde la Prefettura della Casa Pontificia dicendomi che mi aspettavano il 2 settembre per l’Udienza del Papa e poi salire a salutarlo. Avevo già avuto modo di incontrare Papa Francesco e avevo questo desiderio di incontrare anche Papa Leone. Quando mi hanno confermato la possibilità, ho organizzato tutto e sono partito. Gli ho espresso tutta la mia gratitudine e la gioia di incontrarlo, gli ho raccontato che sono un seminarista e poi gli ho chiesto una sua benedizione. È stato un momento molto intenso. Il tempo si è come fermato».
Com’è cambiato nel tempo il ruolo della Chiesa e cosa cercano oggi le nuove generazioni?
«È cambiato tanto. Una volta era normalissimo fare i chierichetti, era anche un modo per trovarsi dopo a giocare, mentre adesso questo non c’è più. Quello che percepisco è che oggi la messa in sé ha perso un po’ il suo valore. Per molti viene considerata noiosa e non trasmette niente. I giovani di oggi hanno bisogno di ascolto. Vanno accolti e capiti, vanno provati ad essere presi sul serio perché sono il futuro. Bisogna provare a trovare delle strategie per coinvolgerli. Quando ho partecipato al Giubileo dei Giovani, ho visto che c’è ancora la possibilità di trovare una strada per avvicinarli alla Chiesa, per parlare e condividere con loro. Penso che al giorno d’oggi ci sia tanta ricerca e poche risposte. Forse in questo senso la Chiesa non sta dando le risposte giuste. Si pensi solo alla catechesi, per fare un esempio pratico. Quando andavo io c’erano le schede e il libro di testo. Oggi bisogna far fare ai ragazzi qualcosa di pratico, renderli partecipi. Hanno bisogno di fare esperienze, magari attraverso attività sul territorio che permettano loro di conoscere le realtà che li circondano e di toccare concretamente anche la sofferenza, per comprendere la fortuna che abbiamo».
Quali sono allora i Suoi obiettivi per il futuro?
«Mi piacerebbe ascoltare i giovani, stare con loro e condividere con loro. Vorrei poter aiutare le famiglie in difficoltà e quelle lontane dalla Chiesa, mi piacerebbe fare un percorso di crescita e di condivisione. Inoltre, vorrei saper celebrare una messa vissuta e pregata. È il desiderio per me più alto e più bello.»
Che consiglio darebbe a chi sente la vocazione e magari ha paura o è insicuro di esprimersi per diversi motivi?
«Non esiste un ricettario. La vocazione non è uguale per tutti, ma bisogna trovare il coraggio di andare controcorrente. È un consiglio che vale per qualsiasi aspetto della vita. Mi porterò sempre dentro le parole che mi disse il vescovo Lauro: “La scelta è difficile. Quando si sceglie ci si trova davanti ad un bivio e arrivati qui, prendetevi un momento e chiedetevi quale strada mi fa felice, mi ci rivedo? Quella è la strada che vi farà stare bene.” Non bisogna avere paura. Il seminario è un cammino di discernimento, non è che entri e sei prete. La strada è lunga e si può cambiare idea. Un altro aspetto importante è la famiglia. Io sono stato fortunato, perché la mia famiglia mi ha sempre supportato nelle mie decisioni. So che senza questo sostegno può essere difficile, ma bisogna avere il coraggio di rischiare e anche di affidarsi al Signore. Nella vita non si può fare tutti contenti».
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