Poplar
domenica 13 Settembre, 2026
Dal G8 di Genova alle mobilitazioni per Gaza, Annalisa Camilli ripercorre la criminalizzazione del dissenso: «Il termine sicurezza ha cambiato significato per colpire i manifestanti»
di Eva Pedroni
L'autrice di "Divieto di protestare" a Poplar Cult: «La stampa deve tornare a essere indipendente»
Negli ultimi anni la crescente enfasi sulla sicurezza ha accompagnato una fase di profonda trasformazione delle istituzioni democratiche e dello Stato sociale. In questo contesto, anche le forme della protesta sono cambiate, con nuove modalità di partecipazione e di dissenso. Allo stesso tempo, però, gli spazi per manifestare sembrano essersi progressivamente ridotti. Poplar Cult ha ospitato l’incontro dedicato al nuovo libro della giornalista e scrittrice Annalisa Camilli, “Divieto di protestare”, pubblicato da Einaudi. Nella cornice di Piedicastello, sul palco insieme all’autrice anche Madonnafreeda, progetto social e pagina instagram di meme e poster politici. A venticinque anni dal G8 di Genova, Camilli analizza il rapporto tra ordine pubblico, conflitti sociali e libertà individuali. Dalle azioni di Ultima Generazione alle recenti mobilitazioni per Gaza, le proteste hanno assunto forme sempre più orizzontali, mentre le risposte istituzionali si sono progressivamente irrigidite.
Da dove nasce l’idea di scrivere Divieto di protestare e quale esigenza l’ha spinta ad affrontare questo tema?
«Ho iniziato a pensare di scrivere il libro nel 2017, quando mi occupavo dei centri di detenzione in Libia. Mi capitò di partecipare alla presentazione del libro dell’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti, Sicurezza e libertà. All’epoca Minniti aveva appena approvato dei Pacchetti Sicurezza ed era stato il fautore degli accordi Italia-Libia. Il Ministro spiegò che, nonostante i dati sulla sicurezza in Italia fossero bassi, la percezione di cittadini e cittadine fosse molto diversa dalla realtà. Per questo, sosteneva, anche sinceri democratici e progressisti avrebbero dovuto occuparsi, al di là dei dati reali, della percezione delle persone. Per me è diventata quasi un’ossessione capire e decostruire la parola “sicurezza”, che negli ultimi 30 anni è stata risignificata da diversi governi e indica l’ordine pubblico ma anche un certo ordine politico. Ho cercato di capire da quando questo termine abbia cambiato significato. Ad oggi è usato indiscriminatamente per legittimare leggi xenofobe e per colpire attivisti e manifestanti, ma sempre meno assume il significato di godimento e protezione in senso universalistico: non solo l’idea di essere danneggiati fisicamente, ma anche il diritto di avere un lavoro, di non morire sul lavoro, di avere un reddito di base. Tutti quei diritti fondamentali, sociali e civili, che vengono promessi dalle moderne democrazie».
Il libro segue anche un percorso temporale: da dove parte e dove arriva?
«Tento una periodizzazione che parte dal G8 di Genova, che per me rappresenta l’inizio di questa storia, e arriva agli ultimi Pacchetti Sicurezza e alle proteste a sostegno del popolo palestinese. La ricerca mi ha permesso di mettere in luce alcuni elementi di continuità e discontinuità tra i diversi movimenti. Ad oggi però tutti trovano un apparato sempre più repressivo che si è andato affinando nel corso del tempo. A 25 anni dai fatti di Genova mi sembrava importante ripercorrere le radici della criminalizzazione del dissenso».
Il titolo appare volutamente provocatorio. Che cosa racconta, però, della società e del rapporto con la protesta nel nostro presente?
«È una provocazione, perché protestare è un diritto essenziale e sostanziale della democrazia, che permette di esprimere la propria critica rispetto al potere. Restringere gli spazi del dissenso significa toccare quelle che sono le fondamenta della democrazia. L’Italia si sta dimostrando un laboratorio di prova ma, come riporta Amnesty International, in 151 Paesi del Mondo nell’ultimo anno si sono ristretti in modo significativo gli spazi di protesta e critica al potere».
In questo scenario, che ruolo ha e può assumere il giornalismo nel racconto delle manifestazioni e del dissenso?
«Il fatto che ci sia sempre meno una stampa libera in Italia è un problema: nella classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa, il nostro Paese è sceso al 57esimo posto. Questo è dovuto alle grandi concentrazioni mediatiche: la stampa è molto vicina al potere politico e i grandi editori sono pochi. I movimenti dovrebbero riconoscere questo come un problema, perché la stampa è un potere di controllo e deve essere indipendente. Nei movimenti di Genova del 2001 c’era una forte tensione nel riappropriarsi dei mezzi di informazione in una chiave auto-narrativa, di proprio racconto, in contrapposizione ai mezzi di informazione mainstream. Uno degli slogan del movimento era “diventa il mezzo di informazione”. Io penso che questo slogan avesse le sue ragioni, ma l’auto-narrazione ha anche grossi limiti. Il caso palestinese insegna molto su questo: Israele non ha permesso alla stampa internazionale di accedere nella Striscia di Gaza, riferendosi alla presunta sicurezza di giornalisti e giornaliste internazionali. I giornalisti palestinesi, che hanno riportato gli avvenimenti, sono stati accusati di parzialità, raccontando quello che nessun professionista dovrebbe raccontare: la distruzione della propria casa e della propria famiglia. È necessario avere giornalisti che lavorino non per le grandi concentrazioni mediatiche ma siano anche liberi di criticare i movimenti, e che esercitino il loro potere di controllo sugli esecutivi e sulla politica. Ciò significa riconoscere il valore dei mezzi di informazione e non chiedere ai professionisti di essere attivisti, ma di essere indipendenti».
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