La rubrica

sabato 16 Maggio, 2026

Il diavolo veste Prada sente il passare del tempo, il biopic di Michael Jackson, il toccante omaggio di Pif a Papa Francesco: cosa vedere al cinema

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La rubrica dedicata ai film della settimana

IL DIAVOLO VESTE PRADA 2

(The Devil Wears Prada 2, USA 2026, 119 min.) Regia di David Frankel, con Meryl Streep, Anne Hathaway

A vent’anni esatti dall’uscita del primo capitolo, tratto dall’omonimo bestseller di Lauren Weisberger, torna nelle sale uno dei titoli più amati dal pubblico degli ultimi decenni. In realtà l’affetto nei confronti del film si è consolidato soprattutto col passare del tempo, fino a trasformare il primo episodio in un vero fenomeno culturale, sostenuto da un passaparola straordinario capace di coinvolgere tanto chi lo aveva amato all’epoca, quanto chi vi si è avvicinato successivamente. Questo ha inevitabilmente ampliato e differenziato il pubblico di riferimento: da una parte chi, vent’anni fa, poteva riconoscersi nell’immaginario raccontato dal film, dall’altra chi continua a guardare con ammirazione a Meryl Streep e al suo personaggio iconico; fino ad arrivare ai più giovani, attratti più dal fenomeno mediatico che dalla reale continuità narrativa con il primo capitolo. E infatti, per chi non conosce l’originale, questa nuova storia risulta inevitabilmente parziale. Detto questo, il film tutto sommato funziona. Anche perché, ad essere onesti, già il primo capitolo era semplicemente un prodotto ben confezionato ed elegante, estremamente abile nel costruire e portare a termine il proprio discorso con intelligenza e una certa furbizia, che faceva dimenticare le molte fragilità dell’insieme. Questo seguito arriva probabilmente un po’ tardi e perde parte dello smalto che rendeva efficace il predecessore. Paradossalmente, però, proprio questo scarto temporale finisce per adattarsi bene al clima contemporaneo: un periodo segnato da una crisi diffusa che coinvolge inevitabilmente anche il mondo dell’editoria di moda. L’aspetto più evidente è il ridimensionamento del personaggio di Miranda, il cui inaspettato grave errore professionale apre la narrazione. Nel film la trasformazione viene giustificata attraverso nuove logiche aziendali e limitazioni imposte dalle risorse umane, ma è chiaro che il discorso vada oltre la trama. Da qui deriva la scelta di spostare maggiormente l’attenzione sugli altri personaggi, in particolare su Andy, interpretata da Anne Hathaway, e sul suo indomito idealismo. Il film regge, pur con alcune ingenuità di scrittura, soprattutto nella parte finale, e una regia piuttosto anonima, risultando però più sdolcinato e meno graffiante rispetto al tono caustico che caratterizzava in parte il primo capitolo. Non è il disastro che molti hanno descritto, ma piuttosto il risultato inevitabile del passare del tempo: un’opera più debole sotto vari aspetti, incapace di replicare l’impatto dell’originale, ma comunque sufficientemente solida nel fare ciò che si propone, compresa la descrizione di un mondo destinato a scomparire. E il pubblico, inserito in una sorta di comfort zone, sembra comunque aver gradito.

 

MICHAEL

(USA/Regno Unito 2026, 127 min.) Regia di Antoine Fuqua, con Jaafar Jackson, Nia Long

Porta la firma del produttore Graham King, già artefice del trionfo di «Bohemian Rhapsody», e dello sceneggiatore John Logan questa gigantesca agiografia dal prevedibile trionfo commerciale globale. Il film prende la vita del re del pop, Michael Jackson, interpretato in maniera stupefacente dal nipote Jaafar Jackson, e la trasforma in uno dei maggiori successi cinematografici della stagione. Ciò che a prima vista colpisce maggiormente è la scelta precisa di evitare completamente le ombre che hanno segnato l’artista negli ultimi anni di vita, chiudendo il film all’apice del successo di Jackson. Le pesanti accuse di molestie su minori vengono sostanzialmente escluse dal racconto — anche per ragioni legali legate agli accordi con una delle parti coinvolte — preferendo invece concentrarsi sulla costruzione del mito. Il film racconta quindi l’ascesa dell’icona: Michael Jackson bambino, il talento fuori scala, gli esordi con i Jackson 5, il rapporto traumatico con il padre, figura brutale e oppressiva che riconosce il genio del figlio, ma contribuisce profondamente ai suoi conflitti interiori. Un rapporto dal quale Michael tenterà costantemente di emanciparsi, fino alla rottura definitiva. Con il procedere della narrazione, l’opera abbandona gradualmente il racconto biografico tradizionale per trasformarsi in una lunga celebrazione musicale costruita attorno ai grandi successi del Re del Pop, da Thriller a Bad, culminando in una lunga sequenza dedicata al Bad World Tour del 1988. Non tutto però funziona davvero. Se da una parte è innegabile la capacità del film di rilanciare ancora una volta il mito dell’American Dream, sfruttando anche l’impressionante mimetismo fisico e gestuale del protagonista, dall’altra emerge una certa debolezza strutturale. Evitando in parte gli aspetti più controversi e dolorosi della figura di Jackson, il film finisce infatti per raccontare quasi esclusivamente l’icona, lasciando sullo sfondo la dimensione umana e profondamente contraddittoria di un personaggio così complesso. Inoltre, superata la fase iniziale della scoperta e dell’ascesa, la sceneggiatura fatica a introdurre reali elementi di novità, appoggiandosi soprattutto alla forza della componente musicale. Eppure il film non è affatto l’obbrobrio che parte della critica ha stroncato. Anche grazie alla regia fluida di Antoine Fuqua — forse non il nome più naturale per questo tipo di materiale, ma comunque un regista tecnicamente solido — l’opera riesce a mantenere ritmo e coinvolgimento. La continua successione di brani iconici trascina inevitabilmente lo spettatore in un’esperienza emotiva e musicale collettiva, trasformando la sala cinematografica in uno spazio quasi celebrativo. Ed è probabilmente qui che il film trova la propria forza principale. A restare delusi sono soprattutto gli spettatori più smaliziati, che avrebbero voluto un ritratto meno protettivo e più disposto a confrontarsi con le contraddizioni di una delle figure più importanti e discusse della storia della musica contemporanea. Non un film memorabile o destinato a ridefinire il biopic musicale, ma nemmeno un’opera da liquidare superficialmente. Rimane un prodotto spettacolare, ben confezionato e perfettamente consapevole del pubblico cui si rivolge.

 

…CHE DIO PERDONA A TUTTI

(Italia 2026, 113 min.) Regia di Pif, con Pif, Giusy Buscemi, Francesco Scianna

»…che Dio perdona a tutti» è la quarta regia cinematografica firmata da Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, che aveva conquistato pubblico e critica con l’esordio fulminante de «La mafia uccide solo d’estate». Tratto da un romanzo scritto dallo stesso autore, il film mette in scena l’odissea agnostica del protagonista, il quale, fin dall’infanzia, si confronta con il dubbio che fede e religione non siano realmente in grado, come gli è sempre stato insegnato, di guidare gli eventi della vita o di fornire risposte concrete alle sue difficoltà. Da qui prende forma un’esistenza volutamente distante da tutto ciò che riguarda la Chiesa. Almeno fino a quando, ormai adulto e diventato agente immobiliare e influencer di dolci siciliani, il protagonista incontra una giovane pasticcera con cui nasce una travolgente storia d’amore. Esiste però un problema fondamentale: lei è profondamente cattolica e sinceramente credente. Da questo presupposto nasce la decisione del protagonista di mentire spudoratamente riguardo alla propria fede, innescando una serie di equivoci e conseguenze sempre più ingestibili. Fino al momento in cui un’indigestione di bignè siciliani provoca una serie di allucinazioni nelle quali il suo improbabile consigliere spirituale finisce per essere addirittura il Papa. Diliberto esagera, sbanda, accumula eccessi e imperfezioni lungo tutto il corso della narrazione, eppure il risultato appare decisamente più compatto e convincente rispetto alla sue prove più recenti, che avevano parzialmente deluso dopo l’ottimo debutto. La prima parte del film è particolarmente brillante, sostenuta da un ritmo vivace e da trovate comiche spesso efficaci. Non mancano sequenze memorabili, a cominciare dalla grottesca e irresistibile Via Crucis. Nella seconda metà il tutto si appiattisce un po’ e la durata appare forse eccessiva. Ma il vero punto di forza dell’opera è il cast, in particolare la coprotagonista, Giusy Buscemi, capace di sostenere perfettamente la recitazione volutamente naïf e svagata di Pif. La riflessione sulla fede resta leggera e appena abbozzata, ma non rinuncia comunque a momenti di inattesa sincerità. E il riferimento-omaggio a Papa Francesco, incontrato da Diliberto durante il periodo di scrittura del romanzo, appare autentico e toccante, soprattutto nel finale. Un film non del tutto compreso e probabilmente sottovalutato, che meriterebbe di essere guardato con maggiore attenzione.

 

STREAMING – PERLE DA RECUPERARE

LE VITE DEGLI ALTRI

DISPONIBILE SU RAIPLAY

(Das Leben der Anderen, Germania 2006, 137 min.) Regia di Florian Henckel von Donnersmarck, con Ulrich Mühe, Martina Gedeck

Nel 2026 ricorrono i vent’anni dall’uscita in sala di uno dei film europei più significativi del nuovo millennio, sorprendente esordio alla regia di un colto aristocratico originario di Colonia, ma naturalizzato austriaco. Premiato con l’Oscar come miglior film internazionale, «Le vite degli altri» è ambientato nel paranoico mondo di Berlino Est, siamo nel 1984. Spinto dai suoi superiori, il capitano della Stasi Gerd Wiesler inizia a spiare il noto drammaturgo Georg Dreyman, in apparenza ligio ai dettami del partito, ma detestato dal ministro della cultura, che ha messo gli occhi sulla sua compagna, l’attrice Christa-Maria Sieland. Wiesler, un uomo solo che vive per il proprio lavoro, inizia a spiare costantemente la vita della coppia e scopre lentamente un mondo di arte e letteratura a lui precedentemente sconosciuto. Il clima si farà però sempre più teso e paranoico e Wiesler si troverà costretto a scegliere tra la propria fedeltà al sistema e la propria riscoperta umanità. Splendidamente realizzato e abitato da un protagonista indimenticabile, è un film che descrive con una precisione chirurgica un mondo di inganni, spie, doppi giochi, tradimenti e squallidi abusi di potere, senza mai sacrificare la riflessione sulla morale personale e la struggente emozione generale che scaturisce dal tutto. Da brividi la scena della barzelletta. Da vedere e rivedere, un film indimenticabile.