La storia

sabato 9 Maggio, 2026

Facundo Rodriguez e le tracce della famiglia a Levico 150 anni dopo: «Vedere la casa dei miei avi? Così ho chiuso il cerchio»

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Il musicista argentino ritrova le radici trentine a un secolo e mezzo dalla partenza dei trisavoli: «Sensazione incredibile, attraverso le mie note porto in Europa la storia di chi lasciò la Valsugana per Santa Fe»

Arrivare a Levico per la prima volta e ritrovarsi davanti alla casa dei propri avi, dopo quasi centocinquant’anni, significa molto più che fare un viaggio. Per Facundo Rodriguez è stato un ritorno simbolico alle origini, un modo per «chiudere il cerchio» della storia familiare iniziata alla fine dell’Ottocento, quando migliaia di trentini lasciarono la propria terra per cercare fortuna oltreoceano.

Il chitarrista, compositore e arrangiatore argentino è arrivato a Levico in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’emigrazione italiana in Argentina. Una pagina storica che coinvolse anche la Valsugana: a partire dal 1876, infatti, numerosi emigranti partirono dal Trentino verso il Sud America, diretti soprattutto nella provincia di Santa Fe. Tra loro gli antenati di Rodriguez, Pietro Antonio Moschen Gianettini e Catterina Antonia Lorenzini
Davanti alla casa degli antenati, in via XI Febbraio all’incrocio con vicolo dell’Ospizio, Rodriguez si è fermato in silenzio per qualche istante. Ha tirato fuori dal telefono una vecchia fotografia dell’edificio, confrontandola con la facciata di oggi. «È grande», ha commentato emozionato, mentre riprendeva tutto con il cellulare per inviare le immagini alla famiglia. La visita ha avuto per lui un forte valore emotivo. «Quando sono arrivato è stato come tornare a casa», racconta. Un sentimento che accomuna molti discendenti degli emigrati trentini, partiti in cerca di una vita migliore in un’Argentina che, in quegli anni, apriva le porte all’immigrazione europea con politiche favorevoli all’arrivo di nuovi lavoratori.

Rodriguez, che vive a Lanteri, piccolo centro di quattromila abitanti nel nord-est della provincia di Santa Fe, appartiene alla quinta generazione di emigrati. E oggi, attraverso la musica, porta con sé anche le tracce di quella storia familiare fatta di partenze, contaminazioni culturali e memoria.

Signor Rodriguez, è la sua prima volta a Levico Terme?
«Si, è la prima volta. È un luogo molto bello e pieno di storia. Quando sono arrivato ho provato la sensazione di tornare a casa e di ritrovare le mie origini. Nessuno della mia famiglia era mai venuto qui, forse solo un cugino. I miei parenti non viaggiano molto, sono persone molto legate alla vita di paese e alla loro routine».
Che emozione è stata vedere la casa dei suoi antenati?
«È stata fortissima. I miei avi hanno vissuto lì fino agli anni Settanta-Ottanta dell’Ottocento. Vederla dal vivo mi ha colpito molto. Mi sono emozionato e ho subito fatto dei video e delle foto da mandare a casa. Sono venuto anche per chiudere il cerchio: loro sono partiti da qui e io sono tornato».
Cosa sa della storia della sua famiglia emigrata in Argentina?
«I miei antenati partirono da Genova il 10 ottobre 1878. Esiste ancora il certificato del viaggio. Arrivarono a dicembre nel nord della provincia di Santa Fe. Quando sbarcarono trovarono un mondo completamente diverso: niente montagne, solo pianura e tantissimo caldo. Erano partiti per la povertà e le difficoltà di quel periodo, cercando una vita migliore. L’Argentina in quegli anni voleva fortemente l’arrivo degli emigrati per lavorare la terra».
Le origini italiane sono ancora presenti nella vostra cultura?
«Si, anche se ormai siamo alla quinta generazione. Ricordo che alcuni parenti parlavamo italiano tra di loro, ma io purtroppo non lo conosco. Mi piacerebbe impararlo e magari tornare qui proprio per studiarlo. Alcune tradizioni però sono rimaste, come il gioco delle bocce. In Argentina ci sono comunità molto diverse: ci sono zone influenzate dai tedeschi o dai polacchi, mentre gli italiani si sono integrati molto, pur mantenendo forte la loro identità».
Quando conta tutto questo nella sua musica?
«Molto. Mio padre ha sempre suonato la chitarra. Sono cresciuto ascoltando tango, valzer e musica popolare. Mi piace mescolare i generi, proprio come le mie origini sono un mix di culture diverse. La musica mi ha portato anche in tanti Paesi europei e mi ha regalato esperienze incredibili. Anche la possibilità di esibirmi con Yamandu Costa, che per me è un idolo. Sarà bello unire Argentina, Brasile e le nostre radici italiane attraverso la musica».