Trento
mercoledì 6 Maggio, 2026
Evadono il fisco per 1,7 milioni di euro: nei guai gli ex gestori del ristorante giapponese Koii
di Ubaldo Cordellini
I titolari del locale, poi intestato a un prestanome, non avrebbero versato un euro di contributi dal 2013 al 2017
Era stato uno dei primi ristoranti giapponesi all you can eat a nastro. I clienti sceglievano le pietanze che facevano il giro del locale su un nastro trasportatore e poi pagavano una cifra fissa. Una formula che qualche anno fa andava per la maggiore. E il ristorante Koii di piazza Mosna, alla finestra sull’Adige, era stato uno dei precursori del genere per poi cambiare formula e andare sul servizio tradizionale. Poi, però, le cose hanno iniziato ad andare male.
Il locale, di solito sempre pieno soprattutto a pranzo, aveva iniziato a presentare ampi vuoti in sala e il nastro assomigliava sempre più a un malinconico nastro trasportatore di un aeroporto sul quale le valigie dimenticate da qualche viaggiatore distratto si aggiravano nella sala arrivi. Poi è arrivato il tonfo, la chiusura dell’attività già nel 2017 e la messa in liquidazione nel 2023 quando l’Agenzia delle Entrate ha scoperto che per anni gli amministratori della Koii srl, due cittadini cinesi e poi, a partire dal 2017 e fino al 2023, un cittadino italiano della provincia di Reggio Emilia avevano occultato la documentazione contabile del ristorante senza neanche presentare la dichiarazione dei redditi.
A partire almeno dal 2013 emettavano regolari scontrini fiscali, ma poi gettavano tutto e non denunciavano entrate al fisco. Ma adesso è arrivato il conto finale. Ed è piuttosto salato. L’evasione di Iva e Ires è stata calcolata dalla Guardia di Finanza in oltre un milione e 200 mila euro, ma se si contano anche i contributi previdenziali dei dipendenti non versati e le sanzioni si arriva fino a un buco complessivo di un milione e 704 mila euro. Il pubblico ministero Maria Colpani ha chiuso l’inchiesta nei confronti di tre persone, i due amministratori cinesi, ora residenti fuori provincia, e un italiano residente in provincia di Reggio Emilia cui è stata intestata la società a partire dal 2017, ma che viene ritenuto un prestanome. Le accuse vanno dalla bancarotta fraudolenta all’occultamento dei libri contabili finalizzato a impedire la ricostruzione dei reali ricavi e profitti della società. La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei tre e l’udienza preliminare si terrà in autunno.
L’inchiesta è scattata nel 2023 su segnalazione dell’Agenzia delle Entrate che aveva notato delle irregolarità. Le ulteriore verifiche hanno spinto l’Agenzia a depositare una segnalazione in Procura e così è scattata l’indagine penale della Guardia di Finanza che ha perquisito la sede legale della società, a Trento, e nell’abitazione di Reggio Emilia del presunto prestanome nel luglio 2023. Dalle indagini era emerso il maxibuco e l’assoluta mancanza di scritture contabili a partire dal 2013. Nel 2024 la Procura ha chiuso le indagini inviando ai tre indagati l’avviso di conclusione previsto dall’articolo 415 bis del codice di procedura penale. Poi la pm Colpani ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti i tre indagati.
Nel dettaglio, i due cinesi e l’italiano sono accusati, in concorso tra di loro, del reato di bancarotta fraudolenta perché, a partire dal settembre 2013 all’aprile 2017 avrebbero contribuito a causare il fallimento della Koii srl omettendo sistematicamente di adempiere agli obblighi fiscali, non presentando alcuna dichiarazione e facendo sparire tutti i libri contabili, aprendo in questo modo la voragine superiore al milione e 704 mila euro per imposte e contributi non versati. Dalle indagine è emerso, infatti, che la società non aveva versato nulla al fisco. Non solo. Non aveva pagato un euro di contributi previdenziali, di contributi Inail e non aveva saldato neanche le sanzioni. Secondo la Procura, era evidente che si trattava di un’operazione meramente predatoria. I due cinesi sono accusati anche del reato di occultamento della documentazione contabile e delle fatture attive e passive anche per evitare che i creditori potessero identificare i beni aggredibili al fine di recuperare qualcosa dei loro crediti.
Il cittadino italiano, difeso dall’avvocata Katia Finotti, ha chiesto di poter patteggiare la pena. Anche uno dei due cinesi ha chiesto d poter patteggiare, ma ha offerto un risarcimento al Fisco di 15 mila euro. Un po’ troppo poco per la Procura, a fronte di un buco da un milione e 704 mila euro. In novembre si terrà l’udienza davanti al gip di Trento.