La sentenza

martedì 5 Maggio, 2026

Perfido, le infiltrazioni non solo nel porfido: dalla pasta fresca ai distributori di benzina gli affari dei boss in val di Cembra

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Le motivazioni della Cassazione: gli stessi imputati si riconoscevano parte di una cosca mafiosa. Il rammarico di non poter usare in Trentino gli stessi metodi della Calabria

La mafia in val di Cembra? Erano gli stessi imputati del caso Perfido a dire che, sì, «esisteva». Utilizzando termini inequivocabili come «locale», parlando di appartenenza a clan calabresi: in altre parole a dirsi parte della ‘Ndrangheta. È quanto emerge dalla sentenza della Cassazione, le cui motivazioni sono state pubblicate nei giorni scorsi. «Questa identificazione — si legge nelle carte — avveniva talvolta implicitamente (è il caso di Innocenzio Macheda, rammaricato di essere stato esiliato in Trentino, rimpiangendo di non poter usare i vecchi metodi estorsivi) talvolta in modo più esplicito, come quando Mario Giuseppe Nania ricorda gli investimenti realizzati con l’aiuto della “struttura”, intesa la mafia calabrese». C’è poi anche «la conversazione tra Morello e Chilà avvenuta alla presenza di Cipolloni che attesta la consapevolezza di questi di prestare la propria opera a favore di una struttura di stampo mafioso, nemmeno celata dal linguaggio utilizzato». Sono questi alcuni passaggi chiave delle oltre 40 pagine con cui la Suprema Corte, rimarcando in toto le motivazioni dei giudici trentini, ha respinto i ricorsi contro la sentenza d’appello su Perfido. Confermando che la cosca costituita a Lona Lases era una succursale trentina della ‘Ndrangheta calabrese che aveva messo le mani su una grande fetta di business del porfido, l’oro rosso della val di Cembra, e lo gestiva con metodi così intimidatori.

Le motivazioni confermano inoltre quanto già accertato in appello sul trattamento riservato a numerosi operai, in prevalenza di nazionalità cinese, ma anche marocchina, macedone e albanese. Gli ermellini parlano di «stato di grave prostrazione» dei lavoratori, costretti a turni estenuanti, sempre reperibili, senza ferie e con stipendi in molti casi insufficienti persino per sostenere le spese essenziali. C’è la parte in cui si fa riferimento «alla conversazione in cui Casagranda, informata che uno dei lavoratori della cava aveva minacciato di suicidarsi se non riceveva la paga, rispondendo al suo interlocutore che questi può anche licenziarsi e che loro non possono risolvere il problema». Peraltro, «Battaglia Giuseppe, parlando con Farnizzo Lucio, altro imprenditore, fa presente che i suoi cinesi non davano problemi e pur non percependo lo stipendio per diversi mesi, lavoravano anche con solo 200 euro al mese». Poi c’è la conferma delle infiltrazioni su larga scala che ebbero inizio «con il finanziamento delle imprese di Giuseppe Battaglia nel settore del porfido, settore nel quale si erano inseriti Costantino Demetrio e Nania Maria Giuseppe, Denise Pietro — si legge — Proseguendo anche in altri settori con ulteriori investimenti in cave di porfido, in un negozio di pasta fresca, nell’acquisto di una segheria, nel rilevamento di una Stazione di servizio Agip».

Le sentenze sono già definitive e da febbraio gli otto condannati stanno scontando le pene in carcere. Un totale di oltre 75 anni di condanne per associazione mafiosa. La pena più alta di 12 anni inflitta a Giuseppe Battaglia, ex assessore del Comune di Lona-Lases accusato di essere all’apice dell’organizzazione legata alla cosca Serraino. I giudici lo avevano riconosciuto colpevole anche del reato di caporalato, assolto invece «per non aver commesso il fatto» in merito al voto di scambio di Roberto Dalmonego, come è stato per l’altro imputato Mario Giuseppe Nania. Il fratello, Pietro Battaglia, ex consigliere comunale di Lona Lases e membro dell’Asuc, era stato invece condannato a 9 anni e 8 mesi di reclusione, anche per il caporalato. Giovanna Casagranda, moglie di Giuseppe Battaglia, condannata in primo grado a 9 anni e 4 mesi, era accusata di concorso esterno in associazione mafiosa. Reato, questo, attribuito anche al commercialista Cipolloni (a lui la condanna più bassa di 6 anni e 8 mesi), accusato di essere stato il promotore e l’organizzatore della filiale romana. Mario Giuseppe Nania, considerato il «braccio armato» della ‘ndrangheta, capace di atti intimidatori contro imprenditori e lavoratori, che avrebbe sfruttato, era stato condannato a 11 anni e 8 mesi. Dieci anni di carcere per Costantino Demetrio, secondo la Procura componente di rilievo della sezione trentina della ‘ndrangheta, che forniva istruzioni agli altri affiliati per eludere i controlli delle forze dell’ordine. Otto anni invece a Domenico Ambrogio, 8 anni e 8 mesi infine per Antonino Quattrone.