L'intervista

domenica 29 Marzo, 2026

Attacchi a Tisi sui migranti, don Bettaga: «Politici ipocriti, rivendicano le radici cristiane e poi…»

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Il parroco delle parrocchie di Trento nord è sorpreso dalla reazione di una parte della politica trentina alle parole dell'arcivescovo

Don Cristiano Bettega non si dice sorpreso dalla reazione di una parte della politica trentina alle parole del vescovo Lauro Tisi, che martedì scorso ha definito i migranti «la nostra salvezza» e poi ha condannato i Centri di permanenza per il rimpatrio («che tragedia!»). Una «lettura semplicistica», hanno attaccato i consiglieri provinciali di maggioranza Claudio Cia (Misto), Luca Guglielmi (Fassa) e Walter Kaswalder (Patt). «Si è scomodi quando si entra nelle pieghe della società», dice don Cristiano Bettega, parroco ai Solteri (Trento nord) e responsabile della Commissione Triveneto per l’ecumenismo e il dialogo Interreligioso.

È una lettura semplicistica dire che i migranti sono la nostra salvezza e che i Cpr sono una tragedia?

«No, è una lettura umanitaria. Tutti – per primo il vescovo – siamo consapevoli della complessità del fenomeno migratorio, un fenomeno, non un problema. La questione è se vogliamo trasformare questa complessità in una levata di scudi o se vogliamo comprenderla. Serve sedersi attorno a uno stesso tavolo, anche con opinioni diverse, per arrivare a soluzioni plausibili. È proprio questo che manca».

La lettura politica è stata netta tanto quanto le parole del vescovo.

«Parlerei di lettura “politicizzata”. La politica è interessarsi della civiltà in cui si vive. C’è una differenza tra fare politica e politicizzare: quest’ultimo spesso fa rima con estremizzare, ed è lì che iniziano i problemi. Dovremmo invece riscoprire la capacità di ascoltare l’altro, senza avere un approccio ideologico».

«Una cosa è predicare, altra cosa è governare», hanno rimarcato i tre consiglieri provinciali, quasi a dire alla Chiesa di fare un passo indietro sulla questione.

«Se volessimo una Chiesa asettica, fuori da ogni questione, che si limita a dire “vogliamoci bene”, non sarebbe vera Chiesa. Il Vangelo è chiarissimo. E sono il primo a dire che va accolto e declinato nella specifica realtà: un conto è viverlo in Trentino, un altro è viverlo a Lampedusa o in Ucraina. Tuttavia, non possiamo piegare il Vangelo a ciò che ci fa comodo. L’attenzione all’umanità è un valore non negoziabile: se non lo mettiamo in campo noi, come civiltà occidentale, chi lo mette in campo? Spesso una certa politica rivendica le radici cristiane dell’Europa, sbandierandole come una sorta di programma. Ma quali sono le radici cristiane dell’Europa? Dove le troviamo? Nel Vangelo o in una visione ideologica? Ecco allora che le cose cambiano. Io non mi sono meravigliato dell’attacco rivolto al vescovo, anzi gli ho scritto che probabilmente, nel momento in cui non ci si limita a parlare di un Vangelo disincarnato ma si entra nelle pieghe della società, è abbastanza normale risultare scomodi».

Da un lato c’è una società civile che quando apre un dormitorio per persone richiedenti asilo – come è accaduto in Oltrefersina (a Trento) – si precipita per portare un piccolo ristoro, che sia una coperta o un po’ di cibo, dall’altro lato c’è una società civile che guarda con sospetto, a volta con rabbia, le persone straniere. La società è spaccata in due? Come spiega questa divisione?

«Sì, la società è spaccata in due, a causa della paura che deriva dalla non conoscenza. Quando non ci si prende il tempo di approfondire, si alzano muri di difesa. Nel momento in cui non conosco, ho paura, nutro sospetto. Faccio un esempio: in questo momento mi trovo nel piazzale dell’oratorio dei Solteri e attorno a me ci sono 60 persone, tra bambini e genitori, di ogni provenienza e religione: musulmani, famiglie etiopi, famiglie con nomi e cognomi dell’Est Europa. Vogliamo riconoscere che la nostra società è già questa e non è più quella di fine Ottocento? Oppure vogliamo creare barriere? E se costruiamo barriere, cosa otteniamo? Mi si dice che è un discorso semplicistico? Accetto la critica, ma allora mi si dia un’alternativa valida, perché il muro non lo è. I muri hanno funzionato a Berlino? Stanno funzionando in Israele? Chi invoca i muri dovrebbe andare a vedere e ascoltare come vivono i palestinesi e gli ebrei comuni, non Netanyahu. Nel momento in cui mi prendo la fatica, il coraggio e, forse, anche un po’ di sana curiosità, allora le cose ci appaiano diversamente. Capiamo che il mio desiderio è quello degli altri, che il desiderio di vivere la Pasqua è lo stesso che prova un musulmano per il Ramadan. Certo, la convivenza è faticosa e le regole vanno rispettate da tutti, ma non possiamo pensare che a non rispettarle siano sempre e solo gli altri, altrimenti diremmo una menzogna».

Il messaggio del vescovo era indirizzato anche all’interno della Chiesa?

«Sicuramente sì. La sfida educativa non riguarda solo i non credenti, ma anche i frequentatori delle parrocchie. Come pastori, amministratori e come cittadini, dobbiamo decidere se vogliamo bene a questa società e provare a costruirla insieme».

Si rivolgeva anche a una parte degli stessi sacerdoti?

«Assolutamente, ne sono convinto. Anche noi preti viviamo in questa società contraddittoria e, giustamente, plurale».

Nei giorni scorsi è stato presentato il nuovo «Forum accoglienza lavoro cittadinanza» – composto, al momento, da 10 enti fra cui Caritas, Astalli, Atas, Punto d’Incontro e Penny Wirton – che punta a costruire in maniera collettiva un modello di accoglienza «più umano». Potrebbe essere quel tavolo che auspicava all’inizio?

«Sì, se ne parlava da diverso tempo. Se gli si lascia fare il lavoro che può e deve fare è una buona iniziativa».

La Provincia, legittimamente, ha avviato il percorso per realizzare entro quest’anno il Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) a Trento, in accordo con il ministero dell’Interno. Ora quale deve essere il compito della società civile?

«Informarsi meglio e capire come sta la questione. Una volta comprese le condizioni dei Cpr, dobbiamo impegnarci come cittadini per ridurre il più possibile i rischi di disumanità all’interno di questa struttura. Perché da tanto tempo c’è una pastorale in carcere? Nessuno dice che rubare o uccidere sia una sciocchezza, ma si lavora per rendere più umano l’ambiente carcerario. Il Cpr rimane comunque una tragedia».