L'editoriale

mercoledì 25 Marzo, 2026

Il riflesso democratico

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Sia a livello nazionale che provinciale, il referendum ribadisce l’indispensabilità dell’alleanza sia nel centrodestra che nel Campo largo

Quello sul referendum della giustizia è stato un voto democratico. Non nel senso procedurale del termine – abbiamo visto quanto si sia logorato dopo il 2008 – ma nel suo svolgimento e riflesso politico (e l’affluenza ne è un segnale). Anche se la riforma della giustizia era riuscita in apparenza a dividere il campo delle opinioni (nella magistratura, tra gli avvocati, tra i partiti) sul lungo termine è passata la percezione che in una congiuntura internazionale molto insidiosa per pace e democrazia rimettere mano agli equilibri tra i poteri dello Stato fosse un passaggio rinunciabile. L’elettorato non si è soffermato sulla separazione delle carriere, ma sul rischio che il bilanciamento tra i poteri previsto in Costituzione potesse essere un primo step di un riordino più ampio e profondo a vantaggio del potere esecutivo. Il voto contro Giorgia Meloni, e il suo governo, che poi ha assunto anche altre ragioni, è stato il piano simultaneo del ragionamento perché molti degli argomenti utilizzati sono sembrati sbagliati e accreditavano la sensazione di un provvedimento volto a ridimensionare la magistratura.

Nelle ultime tre settimane di campagna elettorale Meloni ha assunto su di sé il peso dell’argomentazione senza mai intercettare la chiave di lettura in grado di rovesciare l’esito della consultazione. Rimane il quesito irrisolto sul movente che ha consigliato alla premier, alla sua prima consistente sconfitta, di scegliere come battaglia un tema impopolare (storicamente non di destra) e di intestarselo, lasciandosi alle spalle gli alleati, che anche ieri sono rimasti defilati dopo lo spoglio delle schede elettorali (Salvini era in Ungheria da Orbàn). La solitudine è una dimensione dei leader politici e, più in generale, di chi riveste ruoli apicali. Ma nel suo caso è apparsa persino plastica la distanza tra sé e il resto della coalizione. Meloni paga la vertigine del potere, il senso dell’infinito che produce, di poter determinare tutte le coscienze elettorali. Invece il potere logora anche chi ce l’ha, domanda sempre il confronto con la ragione e il sentimento (popolare).

Ora cosa accadrà? La bocciatura referendaria rischia di planare sul governo, irrigidendo le interdizioni reciproche. Sul premierato, sul processo di devoluzione verso le regioni del nord, sulla nuova legge elettorale. Ma, in un certo senso il voto rafforza – a livello nazionale e locale – l’indispensabilità dell’alleanza che domenica e lunedì è rimasta bloccata al consenso del 2022 (12,4 milioni oggi, 12,3 quattro anni fa) ma non ha avuto cadute disastrose. Certo, la leadership di Meloni ne esce ammaccata e, in fondo, era un retropensiero di chi (Lega) vorrebbe specularci per sottrarre qualche molecola di consenso.

Il centrosinistra, il M5s e i comitati del «no» sono riusciti a cogliere che la partita referendaria poteva rivelare un lato sensibile. Quello della modifica di sette articoli della Costituzione su cui non c’è stata alcuna dialettica parlamentare. Lo spettro di una torsione del sistema democratico e l’additamento della premier come responsabile si sono congiunti. La politicizzazione di un voto già chiaramente politico ha fatto sì che l’elettorato si mobilitasse, che si unissero sui principi democratici anche coloro che spesso si sono assentati dai seggi negli ultimi anni. Alle elezioni politiche del 2022 – per quanto questi appuntamenti elettorali non siano sovrapponibili – centrosinistra e M5s raccolsero 11,6 milioni di voti, lunedì 14,4 con un contributo delle fasce più giovani (motivati dai conflitti internazionali) e di un elettorato arrivato per altre vie (terzipolisti, astensionisti, qualche voto di destra). Per il Campo largo è un punto di partenza, ma il gioco in difesa sminuisce le differenze e enfatizza la battaglia comune. È più semplice di costruire un’agenda alternativa o di individuare una leadership condivisa.

In Trentino il dato di affluenza è stato sopra la media nazionale (65,16%) e il voto delle provinciali (64,05%), trainato dai centri urbani (a Trento si è espresso il 67%) e dai ceti sociali abbienti. È l’unica provincia del Nordest – a trazione centrodestra – in cui sono prevalse le ragioni del «no» (50,38 contro 49,62%). Si è riproposta la marcata divisione tra città (Trento, Rovereto, Alto Garda) e valli: il «no» ha trionfato nelle prime, il «sì« nelle seconde. Per la precisione il «no» si è affermato «solo» in 37 Comuni su 166 ma è stato sufficiente a sconfiggere la proposta Meloni-Nordio. Il Trentino risulta, dunque, spaccato in due e questo dovrebbe fornire ai partiti anche qualche indicazione su come operare da qui al 2027 (politiche) e 2028 (provinciali).

Prima osservazione: il fronte del «sì» ha sfiorato i 136mila voti, mentre la coalizione di Fugatti si è fermata a 129mila nel 2023. Significa che, pur in assenza di coesione tra FdI e Lega, l’elettorato ha tenuto e che Fratelli d’Italia rimane una fonte di consenso difficilmente sostituibile. Seconda osservazione: il fronte del «no» sconfina a 138mila schede, il centrosinistra e il M5s superavano di poche le 98mila preferenze nel 2023. Non sono urne misurabili, ma sono accomunate da una decisa intensità politica e si prestano ad essere interpretate. Di sicuro un segnale. L’enigma, per entrambi gli schieramenti, rimane la penetrazione nei tessuti sociali più distanti: il lavoro di sociologia politica che un tempo era demandato ai partiti e che oggi è consegnato alle leadership. La partita per il dopo Fugatti è aperta.