Campi Liberi
venerdì 6 Febbraio, 2026
L’angoscia «social», i dialoghi con ChatGpt. On-Life, lo spettacolo con cui i ragazzi delle medie di Trento raccontano la loro vita senza filtri
di Simone Casciano
L'iniziativa degli istituti Trento 1 e Trento 2 mostra fragilità e rapporto con i genitori: «Mi basta sapere che ci siete»
Fragilità, dubbi, paure, ma anche speranza, sogni, momenti di verità. C’è tutto questo in On-Life, lo spettacolo realizzato da ragazzi e ragazze delle medie degli istituti comprensivi Trento 1 e Trento 2 e portato in scena in due repliche al teatro di Villazzano. In quel turbine di emozioni e momenti che è l’adolescenza lo spettacolo ha il pregio di riuscire a cristallizzarli, metterli in fila uno per uno e offrire una fotografia nuda e reale del mondo degli adolescenti di oggi.
Lo spettacolo è nato grazie al finanziamento della Fondazione Caritro, è stato curato dalla cooperativa Kaleidoscopio, assieme alle scuole, e affidato alla regista e formatrice Federica Chiusole. 43 ragazzi e ragazze delle scuole medie da settembre hanno preso parte a un laboratorio di 12 lezioni di un’ora e mezza che ha funzionato non solo come avvicinamento al teatro e come momento formativo, ma anche come vera e propria «scuola di drammaturgia», i testi che hanno composto il copione dello spettacolo sono infatti stati prodotti dagli alunni e dalle alunne stesse.
Aiutati dal lavoro di Chiusole, con il supporto dell’educatrice di Kaleidoscopio Daniela Cestari, e dall’anonimato, questi giovani ragazzi e ragazze hanno raccontato quello che succede nella vita interiore degli adolescenti di oggi e del loro rapporto con il digitale.
Il laboratorio infatti si inserisce nel più generale percorso sui patti digitali che da tempo vede impegnati il Comune di Trento, le agenzie educative, le scuole e le famiglie.
Il quadro che ne emerge è di una gioventù già capace di riflessioni profonde, ma anche fragile e che ha bisogno dell’accompagnamento dei suoi adulti di riferimento. Se i giovani attori e le giovani attrici si sono prese il palcoscenico con i loro corpi sono soprattutto le loro frasi, il loro racconto, a rimanere impressi anche dopo lo spettacolo.
Lo spettacolo
La scena inizia a buio, poi sullo sfondo vengono proiettati alcuni titoli di giornale che inquadrano il tema: «Una generazione in fuga dal mondo», «Oltre 50mila adolescenti chiusi in camera» e ancora «1 adolescente su 4 vede violenza reale nei social». Gli attori e le attrici iniziano a camminare in maniera precisa e decisa sul palco. Partono le loro voci registrate che ne raccontano i pensieri: «A volte vorrei disobbedire senza far arrabbiare nessuno», «Tu non sei mai come ti vorrebbero gli altri» e «mi sento sbagliato e nel posto sbagliato». Metà indossa una maschera, l’altra no, quasi a simboleggiare questa duplicità tipica dell’identità dell’uomo, ma che nella realtà di oggi si complica ulteriormente. Non c’è solo la differenza tra la nostra identità e la «maschera» pirandelliana che presentiamo al mondo, ma anche la differenza tra la nostra identità reale e quella virtuale che mostriamo ai social. Un accumularsi di strati e di maschere ancora più gravoso per chi, come un adolescente, sta cercando di capire chi è.
Il loro mondo
La scena cambia, gli attori camminano, ma poco a poco iniziano a perdere l’equilibrio, poi cadono a terra. Dagli altoparlanti escono frasi di rimprovero, di esortazione, quelle che ci si è sentiti dire da genitori, insegnanti o altri adulti: «studia, dimostra quanto vali», «passi troppe ore davanti ai videogiochi», «perché non ti impegni come tua sorella?».
La scena cambia ancora, attori e attrici si preparano, si lavano, escono di casa, aspettano l’autobus, sembra la loro routine quotidiana, il viaggio verso la scuola. Le voci intanto raccontano i pensieri di questa generazione, legati al mondo digitale.
«Ho paura che qualcuno entri nel mio profilo e mi rubi tutti i dati», «uno sconosciuto mi ha scritto su Instagram, accetto?» e anche: «Ho sempre paura di trovare commenti brutti sul mio profilo». C’è spazio anche per quei problemi comuni a ogni adolescenza. «I miei compagni di classe mi prendono sempre in giro. Come faccio a farmi rispettare?», «i miei amici sono veramente miei amici?» per finire con «Cos’è quest’ansia? Come faccio a gestirla? ChatGpt, cos’è un’emozione?». La scena si conclude con attori e attrici che escono mentre raccontano le loro paure: paura del giudizio altrui, di non essere abbastanza, di essere bullizzato a scuola o sui social, ma anche di essere l’unico nel gruppo senza telefono, di «essere dipendente dai giochi online», i ragazzi confessano di «aspettare i like sui social per sentirmi meno solo». Raccontano che la più grande paura è «di non avere un punto fermo se mi dovessi perdere… E allora mi sembra di girare intorno, da solo e senza meta».
Quello degli adulti
Attrici e attori rientrano, si sistemano sul palco e hanno in mano gli smartphone: c’è chi scrolla, chi ascolta, chi telefona. Rieccheggiano le domande che vorrebbero porre agli adulti: genitori, insegnanti, allenatori. «Quanto tempo passi sui social?», «anche tu perdi il senso del tempo quando hai il telefono in mano?» o «stacca il cellulare quando è in famiglia», ma anche «papà, hai paura del futuro?», «l’amore può ferire?».
Spunte blu
Sul palco arrivano tutti i 43 attori e attrici alcuni in proscenio guardano verso il pubblico, altri girati verso il fondale: su cui vengono proiettati i messaggi che avrebbero voluto scrivere ai loro genitori. «Grazie per esserci sempre, ma vorrei che mi lasciaste il mio spazio», «Vedo che con me faticate, ma io sto adolescentando!» e «Papà, quando torno da scuola col broncio, non insistere!». L’ultima è forse la frase più importante: «Ho solo bisogno di sapere che ci siete».
«Grande emozione»
Agata, Adele e Emma sono tre delle giovanissime attrici che hanno partecipato allo spettacolo. Le raggiungiamo dopo il meritato applauso. «Il teatro ci è piaciuto tanto, abbiamo conosciuto persone nuove e vissuto nuove emozioni» dicono in coro. «Io non ho ancora il telefono, uso il computer se devo guardare la mail per scuola o per guardare un film» racconta Agata. «Neanche io ho ancora il telefono – dice Adele – Però per i compiti il computer serve e anche per i cartoni”». «Io in realtà il telefono ce l’ho, ma non ho i social. Non ne faccio un grande uso, ce l’ho se mi serve».
«Servono spazi e pilastri»
«È stato un lavoro davvero interessante, in cui ragazzi e ragazze si sono davvero messi a nudo nel loro rapporto con i genitori, con la scuola e con i social media – dice la regista Federica Chiusole – Secondo me emerge un’insicurezza tipica dell’età. ma anche del periodo storico in cui viviamo. Ci dicono che non vedono l’ora di avere i social, ma anche che sono preoccupati del tempo che poi gli rubano, aumenta l’ansia, si guardano con occhi diversi dopo». Il fatto che siano nativi digitali infatti «non significa che abbiano gli strumenti per affrontare da soli quel mondo». Fondamentale allora il ruolo dei genitori che però «spesso sono altrettanto spaesati e contraddittori. Impongono limiti, ma poi passano a loro volta tanto tempo al cellulare anche in famiglia». In generale, secondo Chiusole, questi giovani «hanno bisogno di spazi e pilastri. Di sperimentare e di sapere che mamma e papà ci sono».
Almeno in questo l’adolescenza non è cambiata.
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