L'intervista
lunedì 18 Maggio, 2026
Vigili del fuoco volontari, la storia di Alessio Paissani: «Il mio primo intervento, un incidente mortale: una ragazza è morta tra le mie braccia»
di Patrizia Rapposelli
La testimonianza alla festa delle unioni distrettuali a Trento: «A distanza di 26 anni ci penso ancora»
Erano in 500 i vigili del fuoco volontari trentini, in rappresentanza di undici unioni distrettuali,sabato mattina in piazza Dante, palcoscenico del Convegno provinciale. L’evento che ha celebrato l’impegno di seimila volontari, la preparazione e il forte legame con la comunità. Una distesa di divise. Compatti. Ordinati. Accanto a loro gli allievi, i più giovani. Uniforme blu scuro. È una piazza piena e silenziosa insieme. Poi l’inno. Mani sul cuore. E la cerimonia della bandiera. Il ritorno di un convegno che mancava da 17 anni. Sul T di domenica 17 maggio quattro storie raccolte tra i tanti volontari. Ve ne riproponiamo una.
«È morta tra le braccia dei soccorritori del 118. Io ero lì, in piedi. Inerme, senza poter fare nulla. Si chiamava Valentina, aveva vent’anni. Sono cose che non dimentichi». Alessio Paissani, vigile del fuoco volontario del corpo di Lavis, racconta il suo primo intervento. Un incidente stradale mortale che lo ha segnato. Tant’è che a distanza di ventisei anni quel maledetto giorno lo perseguita.
Quando ha capito che sarebbe diventato un vigile del fuoco?
«Da piccolino vedevo passare i camion rossi e bianchi con le sirene… ne ero affascinato. Poi, a undici anni, i vigili del fuoco sono intervenuti nel mio condominio per uno sblocco ascensore. Nulla di particolare, ma io rimasi colpito dalla loro precisione, dalla prontezza e dal sangue freddo. Mi sono detto: voglio farlo anch’io».
Una vocazione innata.
«Sì, nella mia famiglia non ci sono mai stati pompieri».
Prima di entrare nel corpo volontari di Lavis è stato allievo?
«Certo, poi a 18 anni sono entrato nel corpo e da lì non ho più smesso. A 20 anni il primo vero intervento su un incidente stradale mortale: l’immagine di Valentina senza vita è ancora vivida nella mia testa».
Come si convive con questi ricordi?
«Te li porti dentro. Fanno parte di quello che facciamo».
Quando entra in azione c’è paura?
«Direi che si prova adrenalina pura. Quando arriva la chiamata entri in una modalità diversa, devi essere concentrato e presente. Non hai tempo per l’emotività, quella arriva dopo quando tutto è finito».
Tanti interventi hanno anche un lieto fine.
«Sì e un semplice grazie delle persone che aiuti per noi vale tanto. Anzi, è tutto ed è il regalo più grande che puoi ricevere».
Oggi il vostro operato lo vede cambiato?
«Sì, facciamo sempre più supporto al 118. Mi è capitato di praticare un massaggio cardiaco in attesa dei soccorritori».
Rimpianti?
«Mai, in ogni intervento ho dato il massimo e tutto me stesso».