La storia
giovedì 8 Giugno, 2023
Viaggio nella transumanza sull’Adige
di Alberto Folgheraiter
Nicola e Joseph Froner di passaggio in città e diretti in val di Fassa con 1.200 pecore e 4 asini: «Di notte facciamo la guardia contro le predazioni»
Il presepe di primavera ondeggia sulle ròste dell’Adige, in direzione parallela e contraria al corso del fiume. Ed è un fiume di lana, un gregge di 1.200 pecore e 4 asini, che si muove lento e solenne verso l’alpeggio, in val di Fassa: in val Durone e al Sass da Ciàmp. Il gregge è della famiglia Froner di Roveda. Il papà, Romano (56 anni) fa il pastore da una vita. I due figli, Nicola (23 anni) e Joseph (26 anni), hanno seguito la medesima passione. Il gregge ha passato l’inverno, un lungo inverno di siccità, nella pianura tra Verona e Mantova. Le «bèsse», come chiamano le pecore in val di Fiemme, impiegheranno ancora qualche giorno prima di arrivare a Egna. Poi l’ultimo tratto: nel corso di una sola notte risaliranno il tracciato della vecchia ferrovia – la Ora-Cavalese-Predazzo – che fu inaugurata nel 1917, anno di guerra, e che concluse la propria missione nel 1963.
In val di Fiemme stanno tornando sette-otto greggi di pecore che hanno svernato in pianura. È la transumanza di ritorno alla montagna, alle malghe ed al pericolo decuplicato delle predazioni.
Alberto Nones, presidente dell’associazione allevatori Ovicaprini della Val di Fiemme, che annovera 25 soci per un totale di 400 capi di cui 300 in lattazione, dice che i branchi di lupi sono in aumento ed il pericolo incombe non solo sugli animali ma anche sui pastori. «Tuti i ciàcera, ma negun el sa. Troppo comodo pontificare dal divano di casa. Digli che vengano su, di notte, con noi a cercare tra gli alberi le capre da mungere. Qui tutti abbiamo subito predazioni negli anni passati. Adesso si è superato il limite. Non so se dopo la vittima dell’orso si vuole che qualcuno di noi finisca sbranato dai lupi. Quando hanno fame non guardano se è un capriolo o un animale».
I Froner non faranno ricorso ai cani anti lupo. Joseph lo spiega senza giri di parole: «In Val di Fassa, dove siamo diretti, ci sono troppi turisti. I cani anti lupo aggrediscono chiunque si avvicini alle pecore. Ci sono tanti bambini. Non possiamo rischiare che qualcuno possa essere azzannato. Faremo noi, come sempre, la guardia di notte. Che ci puoi fare?».
Quante greggi resistono in val di Fiemme? Meno di una decina. Tre allevamenti intensivi con circa 400 capre francesi sono stanziali. Nones ne ha 150, altri chi dieci, chi quindici capi. Un tempo la capra era la “vacca dei poveri”.
Alla vigilia della seconda guerra mondiale ogni abitazione aveva una stalla. Come in altre valli, l’economia di Fiemme poggiava prevalentemente sull’agricoltura e sull’attività silvo-pastorale. A Cavalese c’erano 860 bovini, a Predazzo 400. Nel 1937 in tutta la valle furono censiti 274 cavalli, 34 asini, 117 muli, 50 tori, 48 torelli, 25 buoi, 3.125 vacche da latte, 1.538 pecore, 3.350 capre, 1.047 maiali, 1.395 conigli, 17.800 polli, 169 cani.
Da seimila che erano nel secolo scorso, in val di Fiemme le stalle si sono ridotte a meno di 150. La pratica della fecondazione artificiale delle bovine ha mandato in pensione anche i tori da riproduzione.
Scriveva Joseph Roth («La Marcia di Radetzky», 1932): «Alla frontiera non si vedevano né orsi né lupi. Si vedeva soltanto il declino del mondo».
In val di Fiemme pure il tramonto della civiltà contadina.
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