L'onorificenza

domenica 1 Febbraio, 2026

Una vita contro la droga: Valerio Costa nominato Commendatore da Mattarella. «Emozionato»

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Già direttore del Sert di Trento e fondatore della comunità terapeutica di Camparta: «La tossicodipendenza cresce. C’è tolleranza»

«Oggi il fenomeno della droga è trasversale, esteso e nascosto. Mi spaventa l’indifferenza della società. Una tolleranza pericolosa che finisce per silenziare i sintomi invece di affrontarli». Valerio Costa, sociologo con specializzazione in psicologia e psicoterapeuta, ieri ha ricevuto dal presidente Sergio Mattarella l’onorificenza di commendatore dell’ordine «Al merito della Repubblica». Il motivo, «essersi prodigato per gli altri nel corso dell’intera carriera». Nato a Scurelle, in Valsugana, nel 1937, ex direttore del Sert di Trento «dagli inizi, quando eravamo in quattro, negli anni Ottanta, tra i quali l’ex sindaco Alberto Pacher» e per cinquant’anni direttore della Comunità terapeutica di Camparta sulle pendici del Calisio, Costa ha continuato anche dopo l’attività professionale a prodigarsi per le persone più fragili, dedicando il suo tempo al recupero dalle tossicodipendenze.
Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?
«Una sorpresa gradita. Un grande onore, non tanto personale, quanto per il lavoro fatto insieme a molti altri professionisti».
Lei è stato uno dei pionieri del Sert di Trento. Che ricordo ha dei primi anni Settanta, quando la tossicodipendenza era considerata un crimine e non una malattia?
«Un avventura dura. La legge 685 del 1975 ha cambiato completamente il modo di vedere le tossicodipendenze, istituendo centri medici e servizi di assistenza sociale. Prima di allora, chi faceva uso di droghe era considerato un criminale e i medici avevano l’obbligo di denunciarli, con il rischio di conseguenze penali. Anch’io, che aiutavo i giovani nella parrocchia di San Pietro a Trento, correvo il rischio di essere denunciato per favoreggiamento. Quegli anni sono stati difficili, ma hanno anche spinto a costruire percorsi nuovi, più umani e terapeutici».
La droga in città c’era già negli anni Sessanta, ma era marijuana e hashish. Poi, l’eroina…
«Sì tra il ‘73 e il ‘74, dieci mesi di ritardo rispetto la Germania. L’eroina creava dipendenza dopo poche settimane, innescava dinamiche criminali per il costo elevato e portava alla morte».
C’è un ricordo in particolare legato a quegli anni?
«Ne ho tanti, quando nacque l’Associazione Centro antidroga, due stanze all’oratorio di San Pietro, conoscevo i problemi dei giovani. Nel ‘75 ci occupavamo già di 135 tossicodipendenti, quasi tutti ventenni. Ne ho visti ragazzi morire».
Ma uno in particolare c’è?
«Sì, ricordo Paolino dal viso dolcissimo. È morto per un sovradosaggio di eroina a 14 anni. In cinquant’anni di lavoro ci sono state troppe perdite, e l’indifferenza della società verso i giovani oggi mi preoccupa molto».
Prego?
«Allora il fenomeno era più visibile e circoscritto. I giovani erano quasi tutti tra i 18 e i 24 anni, si conoscevano, c’era una sorta di comunità. Oggi le sostanze sono molte di più: eroina, cocaina, droghe sintetiche, fentanyl. Il fenomeno è trasversale, riguarda tutte le età, è più esteso ma anche più nascosto. Si annida nelle solitudini e nel disagio profondo. E la società non reagisce come dovrebbe, anestetizza i sintomi piuttosto che comprendere il disagio che c’è dietro l’uso della sostanza».
La tossicodipendenza non è solo un sintomo da silenziare.
«È l’espressione di un vuoto, di un bisogno che va compreso. Per questo a Camparta si lavora con la psicoterapia, la vita comunitaria e l’attività agricola. Il rapporto con la terra restituisce dignità, insegna i limiti e il ciclo della vita».
Cosa risponde a chi sostiene la legalizzazione della droga?
«Che non risolve alcun problema, lo anestetizza. Così come sono critico nell’uso di farmaci sostitutivi come il metadone nel trattamento della dipendenza».
Per quale motivo?
«Il metadone è comodo per il paziente, per l’operatore e per la famiglia, ma non cura. Se smettiamo di prestare attenzione ai giovani, il mondo si raffredda e si gela».
Quindi, cosa dovrebbero fare le istituzioni?
«Investire seriamente nella prevenzione, soprattutto in adolescenza».
Per anni si è detto che la droga è un tunnel senza uscita. La sua dedizione, l’esperienza di Camparta insegnano il contrario.
«La droga si elimina lavorando sui problemi a monte della singola persona, non silenziando i sintomi».