Mondo
giovedì 5 Marzo, 2026
Trump vuole avere parola sulla successione della guida suprema iraniana: «Il figlio di Khamenei non va bene». E aggiunge: «Anche Cuba cadrà»
di Redazione
Il diario del settimo giorno di guerra :l'Iran ha già lanciato 2000 droni
Nella guerra in corso tra Iran, Israele e Stati Uniti «non c’è un vincitore». Lo ha detto il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in un’intervista all’emittente statunitense Nbc News. «La nostra vittoria consiste nel riuscire a resistere contro i loro obiettivi illegali e questo è ciò che abbiamo fatto finora. Quindi loro non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi, e noi siamo stati in grado di resistere, di stare contro l’esercito più potente del mondo, come affermano, insieme agli israeliani, che ugualmente sostengono di avere un grande esercito», ha spiegato il ministro. L’Iran non teme un possibile intervento di terra da parte delle forze americane, anzi «le stiamo aspettando». Il ministro ha poi aggiunto: «Siamo fiduciosi di poterli affrontare, e questo sarebbe un grande disastro per loro». Dall’inizio della guerra, le forze di difesa iraniane avrebbero lanciato più di 500 missili balistici e da crociera, e oltre 2.000 droni di vario tipo. Sul fronte degli scontri, diversi media Usa e israeliani hanno riportato la notizia di un attacco di terra curdo in Iran, ma alcune agenzie e uno dei membri dello staff del presidente del Kurdistan iracheno hanno annunciato che «nessun curdo-iracheno è entrato in Iran». Intanto Teheran è stata bersagliata di attacchi nella notte. Forti boati sono stati uditi a Gerusalemme, con le forze di difesa israeliane – Idf – che parlano di «missili lanciati dall’Iran». Una petroliera Usa sarebbe invece stata colpita nel Golfo persico. Il leader nordcoreano Kim ha detto di essere «pronto a fornire missili a Teheran, uno basterebbe per cancellare Israele». Anche l’Azerbaijan sarebbe finito nel mirino dell’Iran, con alcuni droni lanciati sul territorio, ma fonti azere smentiscono.
Circa 1.000 navi, la metà delle quali trasportano petrolio e gas, per un valore superiore ai 25 miliardi di dollari, si trovano invece bloccate nelle acque dello Stretto di Hormuz, a causa dell’escalation militare nel conflitto in Medio Oriente. Lo ha dichiarato Sheila Cameron, amministratrice delegata della Lloyd’s Market Association, l’organismo che rappresenta gli assicuratori all’interno del mercato dei Lloyd’s di Londra. Intanto ieri il presidente Trump ha affermato di «dover essere personalmente coinvolto» nella scelta del prossimo leader dell’Iran. Nel corso di un’intervista telefonica con Axios, Trump ha detto: «Stanno perdendo tempo. Devo essere coinvolto nella nomina, come con Delcy (Rodriguez) in Venezuela». «Il figlio di Khamenei è per me inaccettabile. Vogliamo qualcuno che porti armonia e pace in Iran», ha dichiarato. Mojtaba Khamenei, figlio della defunta Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, è infatti sopravvissuto agli attacchi aerei di Stati Uniti e Israele della settimana scorsa. Trump ha poi detto che «anche Cuba cadrà». Intanto Francia, Italia e Grecia vogliono inviare aiuti militari a Cipro e Parigi di concedere basi aeree agli Usa sul suo territorio. Mentre tutto il mondo critica l’intervento israelo-americano in Iran, in Israele il premier Netanyahu sale nei sondaggi.
I primi sondaggi mostrano infatti un sostegno molto forte in patria. Secondo le rilevazioni disponibili, circa l’82% dei cittadini appoggia l’operazione “Leone Ruggente”. Il consenso è ampio anche tra gli elettori dei partiti di opposizione a Netanyahu, che in larga parte riconoscono al primo ministro di aver gestito il conflitto in modo efficace. Rimangono comunque differenze significative tra popolazione ebraica e araba. Negli Usa il quadro è diverso. La maggioranza degli americani sembra contraria alla decisione dell’amministrazione Trump di colpire l’Iran. La divisione però è fortemente politica: tra gli elettori democratici prevale una netta opposizione, mentre tra i repubblicani c’è un moderato sostegno all’intervento. Anche in Europa l’opinione pubblica appare generalmente scettica rispetto al conflitto. Nel Regno Unito, tradizionalmente tra i partner più vicini agli Stati Uniti, solo il 28% degli elettori sostiene le operazioni militari. In Italia la contrarietà è altrettanto marcata: secondo Izi, circa 7 cittadini su 10 si oppongono al conflitto. Tra le ragioni più citate emergono la percezione di una violazione del diritto internazionale, il timore di un allargamento della guerra e una tradizione di opinione pubblica relativamente più pacifista.
È dedicato alla pace e al disarmo il videomessaggio di Papa Leone XIV con le intenzioni di preghiera per il mese di marzo. «Oggi eleviamo la nostra supplica per la pace nel mondo, chiedendo che le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo e della diplomazia», ha detto il pontefice per il quale «la vera sicurezza non nasce dal controllo alimentato dalla paura, ma dalla fiducia, dalla giustizia e dalla solidarietà tra i popoli». E ha terminato con un appello a Dio: «Signore, illumina i leader delle nazioni, affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte, fermare la corsa agli armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili».
Scuola
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