cronaca
giovedì 5 Novembre, 2026
Trento, quattro posti liberi in dormitorio ma tre donne rimangono in strada. C’è anche una bambina di 12 anni
di Lucia Ori
La denuncia delle attiviste: «Chiamate a spot da un numero privato non ricontattabile». Comper (Provincia): «Applico le regole»
È un’immagine dissonante quella della panchina rossa con la scritta «Non siete sole», collocata negli uffici della Provincia di via Grazioli. Ancora più dissonante è vedere, proprio davanti a quella panchina, le donne che in questi giorni stanno trascorrendo le notti in strada, perché i posti nelle strutture di accoglienza predisposte dalla Provincia non sono sufficienti.
Nella notte tre donne fuori
Almeno fino a ieri, quando l’apertura a sorpresa di un nuovo dormitorio in via Santa Croce, gestito dall’associazione Amici dei senzatetto, avrebbe permesso per la prima volta da giorni di non lasciare nessuna donna senza un posto letto. Una disponibilità che, spiegano dal Tavolo per l’emergenza freddo, non era stata conteggiata: il gestore è stato individuato soltanto venerdì. Ma anche questa soluzione non è stata priva di problemi. «A chiamare le persone inserite nelle liste per un posto letto è un numero privato, non ricontattabile. Solitamente vengono contattate alle 12.30», spiega Chiara Aliberti dello Sportello legale Libera parola di Trento. «Ieri, invece, le chiamate sono arrivate alle 16 e alcune persone non sono riuscite a rispondere». Una telefonata che può decidere dove trascorrerai la notte. Il risultato è stato di quattro posti rimasti vuoti in dormitorio e tre donne ancora in strada.
Fuori anche una minore
Tra le donne rimaste in strada in questi giorni c’è una donna di 72 anni che necessita di cure salvavita (ilT del 27 ottobre) e una donna vittima di violenza domestica, costretta a dormire in stazione. E c’è un intero nucleo familiare: padre, madre e una bambina di appena 12 anni. La loro storia con il sistema di accoglienza trentino comincia due lunedì fa, quando arrivano a Trento dalla Spagna, dove erano giunti dal Marocco con un visto turistico. Appena in città, si rivolgono al Cinformi, lo sportello che gestisce le procedure legate alle richieste di protezione internazionale e attiva i servizi sociali in presenza di minori. Ma per la famiglia non viene individuata una soluzione, né viene fissato un appuntamento per formalizzare la domanda di protezione internazionale. «È un diritto della persona richiedente ricevere accoglienza entro tre giorni dal proprio arrivo in Italia. Queste persone sono state lasciate sole», spiega Fatima Zahra El Harch, attivista dello Sportello. A quel punto la famiglia contatta il 112, che attiva il Pronto intervento sociale (Prins). Il servizio prende in carico madre e figlia, ma lascia fuori il padre. Una prassi che spesso porta a mettere in sicurezza donne e bambini, lasciando gli uomini in strada. «Il paradosso è che si trovano in una struttura dove ci sono tre posti liberi nella stessa stanza, ma il padre non può restare. Anzi, se prova ad avvicinarsi per vedere la bambina, viene allontanato», racconta El Harch. «Più volte gli agenti di polizia mi hanno detto che l’attivazione del Prins è un’eccezione, perché può essere utilizzato soltanto per le donne vittime di violenza».
Il presidio
È proprio per le donne rimaste in strada che le attiviste dello Sportello, insieme alle donne dell’Anpi, hanno organizzato ieri mattina un presidio davanti al Dipartimento per l’organizzazione, il personale e l’innovazione della Provincia. Al centro della protesta, l’intenzione di farsi ascoltare dal dirigente Luca Comper, responsabile delle attività connesse all’immigrazione straniera extracomunitaria e della collaborazione provinciale nelle politiche sociali relative all’accoglienza nelle strutture di bassa soglia.
La contestazione riguarda soprattutto quello che le attiviste definiscono un atteggiamento di indifferenza, o quantomeno una lettura riduttiva dell’emergenza. Il confronto con il dirigente è durato circa un’ora e mezza ed è stato, se così si può definire, intenso. «Ognuno ha la propria sensibilità, io applico le regole che mi sono state date», ha risposto Comper, richiamando il protocollo d’intesa sottoscritto con il commissariato del governo nel febbraio 2026. «L’obiettivo dell’accoglienza trentina è uscire dalla logica prettamente assistenziale e passare invece all’investimento sull’inserimento lavorativo. Abbiamo avviato due progetti sperimentali con Agenzia del lavoro, riprendendo l’esperienza norvegese. Viene garantita anche l’abitazione, a fronte della capacità di attivarsi. La comunità è accogliente se la persona è propositiva». Il dirigente ha inoltre ricordato un investimento di 24 milioni di euro per le persone richiedenti protezione internazionale, «al netto della bassa soglia». Una risposta che non ha convinto le attiviste. «Non si può pensare di associare ai migranti economici la condizione delle persone che hanno ottenuto o che richiedono protezione internazionale, che per 90 giorni non possono lavorare. È una violazione delle norme internazionali», è stata la replica. Un richiamo che non sembra aver modificato la posizione del dirigente, che ha invece insistito sulla necessità di bilanciare il diritto all’accoglienza e i diritti sociali con il principio del pareggio di bilancio. «Nel bilancio pubblico, come dirigente, devo far rientrare non solo le priorità che individuate voi, ma anche quelle dei cittadini che ritengono che questa non sia la priorità». Una posizione contestata anche alla luce degli obblighi sanciti dalle norme europee e internazionali in materia di diritti umani. Al termine dell’incontro, la promessa è quella di aggiornarsi nei prossimi giorni. Un tempo che, però, per chi è costretto a dormire in strada non si misura in appuntamenti, ma in notti. «Le donne e le persone in strada lo misureranno in notti», ricordano le attiviste.
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