Spettacoli

mercoledì 7 Gennaio, 2026

«Suoniamo dove non arriva il business»: i Ministri raccontano il Provincia Popolare Tour e vent’anni di rock indipendente che sfida l’industria musicale

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Rock dal vivo e ritorno alle origini: mercoledì 29 gennaio concerto al teatro Sanbàpolis di Trento

Sarà un inizio d’anno rock al teatro Sanbàpolis. Il prossimo 29 gennaio faranno tappa a Trento i Ministri con il loro «Provincia Popolare Tour 2026». Federico Dragogna, chitarrista e «penna» del gruppo, spiega la scelta di un tour che attraversa la provincia italiana. «È una piccola responsabilità politica che ci siamo presi. In questi anni abbiamo visto che tanto business della musica è sempre negli stessi posti: palazzetti, superclub, grandi città. Una ricetta che taglia fuori tanti posti e tante persone. Così abbiamo deciso di andare da chi spesso macina chilometri per venire a vederci».

Tornate a suonare in trio dal vivo: cosa dobbiamo aspettarci da questo concerto?
«Nasciamo come trio e suoniamo insieme da una vita: c’è grande affiatamento sul palco. Sarà un concerto più crudo, più urgente e diretto, più violento musicalmente parlando».

I vostri concerti sono sempre belli movimentati…
«È il pubblico, nel tempo, che ha deciso di far diventare i nostri concerti questa cosa qua! Noi ci possiamo solo intestare il merito di animarla. Poi ci sono parti diciamo più liriche e altre più rugbiste. E una cosa bella, negli ultimi anni, è vedere nostri coetanei che vengono ai concerti con i figli cresciuti a pane e Ministri!».

Sarà un ritorno alle origini, possiamo aspettarci una scaletta con tante canzoni dei primi album?
«Sicuramente. Proprio in questi giorni stiamo preparando la scaletta e sta venendo fuori parecchio lunga. Probabilmente la cambieremo di data in data anche un po’ improvvisando, come facevamo nei primi tour quindici o vent’anni fa, quando con Divi ci guardavamo e decidevamo il pezzo».

Il primo album dei Ministri «I soldi sono finiti» è del 2006, praticamente vent’anni fa. Nel tempo siete sicuramente cambiati, maturati, ma senza perdere la vostra identità. Siete nati come una rock band e ancora oggi vi definite così. Ma come fate a resistere? Siete una sorta di «miracolo»?
«Beh, effettivamente far diventare questa cosa ministrica qualcosa che ci paga la spesa possiamo considerarla un miracolo. Col passare degli anni abbiamo sempre tenuto la barra dritta, mantenendo un rapporto stretto con il nostro pubblico, soprattutto grazie ai live. Abbiamo detto anche dei no e da fuori forse può essere sembrato uno sforzo, ma per noi è sempre stato naturale. Le scelte che abbiamo fatto sono sempre state le uniche che avremmo potuto fare».

Sanremo è stato uno dei «no» che avete detto? È un’opzione che non considerate o è Sanremo che non vi considera?
«Dodici anni fa, quando Sanremo forse non era un palco così ambito come oggi per il nostro mondo, il direttore artistico di allora ci invitò a presentare un pezzo. Rifiutammo, ma non per motivi “ideologici”: semplicemente stava partendo il nostro primo tour europeo e volevamo concentrarci su quello. Per il futuro, vedremo. Se si presenterà l’opportunità e avremo il pezzo giusto, che mantiene la nostra identità e si sposa con quel contenitore, valuteremo. Siamo una band, ogni decisione è collegiale!».

Veniamo ad «Aurora Popolare», il vostro ultimo album uscito nel 2025. La rabbia sembra essere il filo conduttore. Una rabbia diversa da quella di cui, ad esempio, era impregnato «Fuori» del 2010: quella era istintiva, viscerale; in «Aurora popolare» c’è una rabbia più consapevole. È così?
«Più che rabbia, è un ragionamento sulla rabbia. Su cosa può voler dire rabbia. La rabbia non è un sentimento che mi appartiene, ma mi chiedo se c’è ancora rabbia oggi, dove nasce e come si sfoga».

In alcuni brani si respira però anche un po’ di speranza.
«Sì, e mi chiedo se quel sentimento di speranza, la speranza che qualcosa cambi davvero, sia un vero sentimento o dipenda solo dalla mia età anagrafica, all’alba dei 43 anni…».

C’è grande ispirazione nei testi, ma anche a livello musicale: aver fatto anche esperienze soliste vi ha permesso di tornare più carichi di prima?
«Non direi più carichi, ma forse più liberi. Aver percorso dei sentieri solisti mi ha permesso di portare nel laboratorio ministrico solo quei materiali che hanno un Dna fortemente ministrico e di convogliare verso altre filiere quelli che magari lo sono meno».

Pensando al futuro, c’è un cantante o un gruppo con il quale vi piacerebbe collaborare per un pezzo?
«In effetti è una cosa che ci è passata mille volte per la mente. Non l’abbiamo mai fatto perché i testi sono così nostri che facciamo forse un po’ fatica a condividerli con altri. Però in Italia ci sono tante voci e tante penne che ci piacciono. Uno ad esempio è Dutch Nazari. Poi siamo da sempre fan dei Tre allegri ragazzi morti, che riteniamo la band più importante degli ultimi quarant’anni della musica italiana. Vedremo…».

Del panorama musicale trentino seguite qualcuno?
«Mi capita spesso di venire in Trentino per laboratori con giovani artisti e uno che ho beccato e che segnalo perché davvero talentuoso è Emilio Paranoico. Recentemente mi è capitato di fare un disco con Anna Carol, bolzanina, ed è stata una cosa molto bella. Per il concerto di Sanbàpolis, con ogni probabilità lo apriranno i nostri amici The Bastard Sons of Dioniso».

Nell’epoca di Tik Tok e degli short videos non dev’essere facile per una band come voi far passare certi messaggi e certi contenuti sui social. Ma – per citare una vostra hit – voi ci provate, comunque!
«La comunicazione dei Ministri la gestisco io dal giorno uno a oggi, non l’abbiamo mai data in mano a nessuno. È una fatica, è praticamente un altro lavoro, ma vogliamo seguirlo noi per tenere il nostro stile, la nostra identità. È complesso inserirsi in questa vomitata di contenuti che ogni giorno inonda i social, ma se continuiamo a farlo con cura e testa può sempre avere il suo perché».