solidarietà

sabato 29 Novembre, 2025

Studenti in fuga dalla guerra: 16mila richieste per 10 posti all’ateneo di Trento. Metà arrivano dalla Palestina

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Il restante 50% è suddiviso tra studenti provenienti da altre zone di conflitto nel mondo tra cui Congo, Yemen e Sudan. Poggio (Unitn): «Siamo sorpresi»

Un sogno chiamato Università di Trento. Quando lo scorso 30 ottobre l’ateneo ha pubblicato un bando per 10 posti destinati all’accoglienza e alla formazione di studenti provenienti da zone di conflitto, nessuno immaginava cosa sarebbe accaduto tre settimane dopo. Al termine previsto per la presentazione delle domande, il 20 novembre scorso, erano arrivate quasi 16mila candidature: un numero enorme, pari alla popolazione studentesca dell’intero Ateneo. Ora l’Università di Trento si trova davanti a un compito delicato: analizzare questa mole impressionante di richieste e selezionare appena dieci studenti. Purtroppo, si tratta di una goccia nel mare. «Non ci aspettavamo una simile risposta – osserva Barbara Poggio, prorettrice dell’Università di Trento e referente del progetto – L’ateneo ha avuto iniziative simili in passato e non era mai capitato che ci fosse un numero tale di candidature». «Anche altre università quest’anno hanno attivato iniziative simili – aggiunge Flavio Deflorian, rettore dell’Università di Trento – Bologna ad esempio, a fronte di 10 posti, so che ha ricevuto circa 500 candidature. Probabilmente il nostro progetto è entrato in alcuni canali, da cui il tam tam è poi esploso. Un fatto che ci riempie di senso di responsabilità».
Gaza e non solo
Il bando per studenti provenienti da zone di conflitto era stato approvato dal Senato accademico all’interno del pacchetto di azioni voluto dal rettore a sostegno di Gaza e della Palestina. In questo senso la misura ha colto nel segno. «Circa il 50% delle domande arriva dai territori palestinesi – spiega Poggio – Sia da Gaza che dalla Cisgiordania». Il restante 50% è invece suddiviso tra studenti provenienti da altre zone di conflitto nel mondo tra cui Congo, Yemen e Sudan. Provenienze diverse, ma un desiderio comune: lasciarsi alle spalle l’orrore della guerra che caratterizza le loro esistenze e costruirsi una vita nuova partendo dallo studio e dalla formazione. Il bando prevede l’ammissione a un percorso formativo annuale (Foundation Year), che consente di frequentare corsi singoli e propedeutici in vista di una possibile iscrizione a un corso di studio di I o II livello nell’anno accademico successivo, previa verifica dei requisiti previsti dai regolamenti didattici. Gli studenti ammessi beneficieranno di una borsa di studio pari a 7.200 euro, non dovranno pagare i corsi universitari a cui si iscriveranno, esonero dal pagamento dei corsi di italiano e inglese e si vedranno coperti i costi per il viaggio a Trento, per le pratiche connesse al permesso di soggiorno e l’iscrizione al servizio sanitario nazionale.
Le prossime azioni
Considerato che si tratta di un bando destinato a studenti provenienti da zone di conflitto, in cui ogni giorno la situazione per questi giovani può peggiorare drasticamente, l’Università vuole muoversi con rigore ma velocemente nella selezione dei candidati idonei. Una volta verificati i requisiti minimi le candidature saranno passate al vaglio da una commissione, nominata dal rettore e incaricata di selezionare gli studenti meritevoli. I criteri con cui sarà stilata la graduatoria saranno: stato di rischio, circostanze all’origine dell’impossibilità di avviare o proseguire gli studi universitari, qualità e risultati del percorso accademico già effettuato e poi sarà posta attenzione sulla lettera motivazionale presentata da ogni candidato e candidata. Qualora fosse necessario, la commissione potrebbe anche chiedere un colloquio orale con i candidati da effettuare a distanza. «Sappiamo però che non sarà facile – riconosce Poggio – Già durante la fase di candidature abbiamo ricevuto feedback che ci raccontavano quanto per questi studenti e studentesse sia difficile connettersi online e quanto rimanere connessi a lungo sia un fattore di rischio per loro». «Dovremo tenere in conto anche la possibilità effettiva per chi viene selezionato di arrivare poi a Trento – aggiunge Deflorian – Non vogliamo che si verifichino situazioni per cui un posto rimane poi inutilizzato. Per questo ci stiamo attivando su due fronti. Innanzitutto con le ambasciate nei vari Paesi di provenienza delle candidature per essere sicuri che ci siano i visti per gli studenti e poi per capire materialmente come supportare il loro arrivo a Trento».
E quelle future
Allargando lo sguardo queste 16mila domande si portano dietro una doppia eredità. La prima è capire se sia possibile accogliere un numero maggiore di questi «richiedenti studio». «Su Trento ci abbiamo pensato – spiega Deflorian – Il problema non è di tipo economico, ma di spazi. Il “foundation year” funziona se riusciamo a seguire e supportare gli studenti che arrivano, dando loro un alloggio, ma anche sostegno e tutoring continuo. Aumentando i numeri questo non sarebbe possibile». «Stiamo portando avanti delle interlocuzioni a livello di Ministero dell’Università e di Conferenza dei rettori delle università italiane per capire se è possibile che questa mole di domande trovi spazio anche in altri atenei», aggiunge Poggio. La seconda eredità che lascia è la voglia di studio, ma anche il grido di aiuto che arriva da queste migliaia di giovani sparsi in tutto il mondo. «Tra chi ha presentato domanda ci sono sicuramente studenti che vogliono venire a Trento – osserva Deflorian – Ma credo ci siano anche molti giovani che cercano una via di fuga dall’orrore della guerra. Credo sia un monito che tutti dobbiamo tenere a mente».