Il reportage

domenica 29 Marzo, 2026

Spezie, cinema e comunità: a San Pio X l’integrazione passa per la cucina (e abbatte le barriere)

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Nel quartiere nasce il primo laboratorio multietnico: si parte con i piatti del Pakistan

C’è un linguaggio universale che precede le parole e spesso le sostituisce: è quello del cibo. Attorno a un tavolo si intrecciano storie, si sciolgono diffidenze, si costruiscono comunità. È in questa dimensione profondamente umana che prendono forma i «Laboratori di cucina etnica: un viaggio tra sapori e storie dal mondo», l’iniziativa promossa dall’Associazione De Gaspari in collaborazione con AssoPioX e l’Istituto comprensivo Trento 3, ospitata negli spazi della scuola media Bronzetti Segantini, con l’intento d’insegnare a cucinare le ricette tradizionali di tre aree geografiche rappresentative del quartiere.

Ieri il primo laboratorio, dedicato alla cucina pakistana, ha guidato i partecipanti nella preparazione di due piatti simbolo: il pane chapati e il pollo al curry. A condurre l’attività, alcune donne pakistane del quartiere di San Pio X, tra cui Saba Sagir, da tredici anni in Italia. «Oggi siamo qui per insegnare ai genitori del quartiere un piatto tipico del nostro Paese — racconta — È una bella iniziativa per stare insieme, per condividere qualcosa». Alla dimensione strettamente culinaria, si unisce quella biografica, fatta di ricordi legati al piatto: «Ho imparato a cucinare a casa, con la mamma, la nonna e le mie cugine. Per me è importante mantenere questa tradizione anche se sono lontana dal mio Paese. Ai miei figli piace tanto la cucina italiana, ma voglio che conoscano bene la mia cultura e i miei piatti così da conoscere le loro origini». E mentre le mani puliscono il pollo e l’aria inizia a farsi densa e calda, quasi inebriata dai profumi penetranti di cipolla, zenzero e aglio, emerge con chiarezza il valore educativo dell’esperienza: «Queste iniziative aiutano a superare le barriere linguistiche e culturali. Permettono agli altri di conoscere come mangiamo, come cuciniamo, com’è la nostra cultura. Permettono agli altri di vedere che in fondo siamo uguali».

L’iniziativa si inserisce all’interno di un progetto più ampio che intreccia cucina e cinema, come spiega Lucrezia Barile, insegnante delle Bronzetti Segantini e tra le organizzatrici: «Da alcuni anni il nostro istituto si occupa di audiovisivo. Quest’anno abbiamo partecipato al bando ministeriale “Cinema e Immagini per la Scuola” in collaborazione con HarpoLab, classificandoci quarti». Grazie ai fondi ottenuti, è stato possibile realizzare la rassegna «Il Cinema a Scuola: il linguaggio cinematografico e dell’audiovisivo come strumento di cittadinanza» articolata in quattro film per quattro aree geografiche rappresentative del quartiere. «L’idea del laboratorio nasce per completare la cine-rassegna: il cibo accompagna il cinema, lo integra, creando un momento di condivisione forte».

Il cuore dell’iniziativa è rappresentato proprio da questa comunione di linguaggi: quello audio-visivo e quello olfattivo-gustativo, uniti per conoscere l’altro, per non erigere barriere ma edificare ponti. «A scuola — spiega Barile — cerchiamo di insegnare i linguaggi del cinema, perché solo conoscendoli si è in grado di interpretarli senza subirli. Il cinema ha un grande potere interculturale». In questo senso, il coinvolgimento delle famiglie diventa decisivo: «Offriamo loro non solo la visione di un film, ma anche un momento conviviale».

A seguire il laboratorio, la proiezione del film «The Last Film Show», racconto autobiografico ambientato in India che narra l’infanzia di un bambino affascinato dal cinema. «È una storia di sogno e realtà», spiega ancora Barile. Un filo narrativo che si intreccia con quanto avvenuto poco prima tra i fornelli: anche qui, infatti, si è trattato di apprendere un linguaggio, di decifrarne i codici, di entrare in un altro mondo. Tra i partecipanti, Roberto Di Criscienzo, genitore: «Non ho esperienza con la cucina pakistana, ma a casa mi piace sperimentare. È bello incontrarsi in un contesto informale dove c’è voglia di imparare». Un entusiasmo che si traduce in pratica, con una punta di autoironia: «Proverò a rifare il piatto, ma devo fare pratica e non garantisco sulla riuscita». La serata si è conclusa in convivialità attorno a un tavolo, degustando insieme il piatto preparato.