Il lutto
martedì 15 Ottobre, 2024
Silvano Janes, il ricordo di chi si è allenato con lui: «Era ancora fortissimo, è morto facendo quello che amava»
di Davide Orsato
Il ciclista Martino Fruet: «Faceva ventimila chilometri all'anno». L'ambizione di correre per i mondiali l'anno prossimo, nella categoria over 70
L’ultimo addio sarà nella sua Povo, dove ha vissuto e dove, con i colori della squadra locale, la Nuova Neon, è decollata la sua carriera sportiva. Ci sarà gran parte del mondo del ciclismo trentino a salutare per sempre Silvano Janes giovedì alle 10 nella chiesa dei santi Andrea e Paolo. L’annuncio ieri mattina, dopo che la Procura di Vicenza ha dato il nulla osta per la restituzione del corpo ai familiari. Janes era morto il giorno prima, al terzo chilometro dell’ennesima gara della sua carriera, gli europei di gravel che si sono disputati sull’Altopiano di Asiago.
A stroncarlo è stato un malore, un infarto come è stato accertato in seguito: non c’è stato nulla da fare, i soccorritori lo hanno trovato in arresto cardiaco. Un fulmine a ciel sereno dato che, a 69 anni, Janes (all’anagrafe Ianes con la «I», la scelta di sostituire la sua iniziale con una «J» è stata una delle tante scelte eccentriche che facevano parte del suo carattere) era in piena salute. Arrivava da una recente vittoria — sempre nel gravel — ai campionati italiani e ad Asiago stava tentando, per l’appunto, l’Europeo. Con l’idea di lasciare un po’ alla volta, ma lentamente. Avrebbe compiuto 70 anni nel giro di qualche mese e con il nuovo decennio sarebbe scattata anche la nuova categoria sportiva. Janes la vedeva come un’opportunità: «Potrei tentare nuovamente il mondiale» aveva detto, di recente, ai suoi compagni di allenamento.
E questi erano davvero tanti. «Praticamente non c’è nessuno che non si sia allenato con lui — racconta Martino Fruet, volto della Mountain Bike trentina e sodale di Janes di lunga data — da Francesco Moser a nuovi nomi come Nicola Conci. Era sempre disponibile a fare un giro, tutti i giorni dell’anno. Se nevicava? Magari saltava ma l’indomani con la macchina andava fino a Riva, per farsi un giro lì». Il suo intercalare: «Dai, metite le braghe de goma e nemo». «Silvano — prosegue Fruet — faceva ancora ventimila chilometri all’anno. Era in formissima, sempre ottimista. E una fonte inesauribile di aneddoti». Un esempio? «Amava ricordare di essere scattato “in faccia a Pantani”, proprio nell’anno in cui il Pirata vinse Giro e Tour, nel 1998». Racconti che suggellava sempre con la sua firma, una lunga risata. Janes, con la J, era una leggenda, non solo in Trentino. La sua è stata una carriera tardiva, ma costellata di titoli. Trentasette anni di vittorie. Tantissimi soprannomi: James, il Tasso, el Vecio. E una lunga lista di appassionati delle due ruote che gli hanno voluto bene. E che gli diranno addio, per l’ultima volta, sapendo, come ricorda anche il necrologio, che se n’è andato «facendo ciò che amava».
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