Terra Madre

venerdì 7 Agosto, 2026

Siccità, il Trentino apre le dighe: accordo con la Lombardia per l’acqua dalla valle del Chiese

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La Provincia riduce il deflusso minimo vitale per trattenere più risorsa nei bacini: «Rischio moria di pesci»

Il Trentino apre le dighe: più acqua alla Lombardia. Le difficoltà del comparto agricolo lombardo a soddisfare i propri bisogni irrigui, in particolar modo quello bresciano e mantovano, hanno portato la Provincia ad aumentare i volumi di acqua da erogare alla Regione confinante. Nella stessa giornata è stato inoltre ridotto il deflusso minimo vitale (Dmv) per sopperire alle difficoltà nel reperimento d’acqua che sta affrontando l’agricoltura trentina.

Acqua alla Lombardia e Dmv
La giunta ha approvato l’accordo con la Regione Lombardia per erogare volumi idrici aggiuntivi nel bacino del Chiese nel biennio 2026-26. Gli invasi in questione sono quello di Malga Bissina e quello di Boazzo in Val di Daone, per un massimo di 20milioni di metri cubi d’acqua suddivisi sui due anni. Nello stesso giorno, la giunta è inoltre andata in deroga al deflusso minimo vitale per trattenere più acqua nei bacini ed utilizzare quando le richieste aumenteranno. Cioè la quantità di acqua minima che dovrebbe essere presente nei corsi d’acqua per garantire la salvaguardia della fauna ittica e di tutto l’ecosistema fluviale. Una decisione che arriva su proposta dell’assessore all’urbanistica, trasporti, sport e aree protette Mattia Gottardi, e si inserisce nel quadro di criticità idrica che caratterizza tutto il nord Italia. Significa che da oggi i Consorzi di bonifica e di miglioramento fondiario potranno richiedere una rimodulazione temporanea del Dmv, ma solo salvo la presenza di determinati requisiti. Dovranno dimostrare di «avere già attivato tutti i sistemi e gli accorgimenti disponibili per ridurre il consumo di acqua e presentare una relazione con i dati sulle portate disponibili, sul fabbisogno minimo delle colture e sull’eventuale presenza di altre fonti di approvvigionamento» si legge nel comunicato. L’assessore assicura comunque che «è una deroga non ai fini idroelettrici ma per il consumo idropotabile e agricolo che agisce sui prelievi dai fiumi. Ma è solo una misura preventiva e precauzionale come successo nel 2022».

Le reazioni
E subito sono arrivate le reazioni. «Noi siamo assolutamente contrari, e lo eravamo già nel 2022», commenta il presidente dell’associazione pescatori dilettanti trentini (Apdt) Christian Tomasi. «Il deflusso minimo vitale dovrebbe essere la soglia minima, intoccabile, oltre alla quale non si può andare. Per nessun motivo» continua. La risposta deve essere soprattutto di lungo periodo: «Dobbiamo adottare strategie lungimiranti che permettano di trattenere l’acqua sul territorio e favorirne l’infiltrazione nel sottosuolo, alimentando le falde anche nelle aree più antropizzate». Tomasi sottolinea come, con le attuali temperature elevate, l’acqua dei corsi idrici sia già in condizioni critiche e una riduzione del deflusso minimo vitale possa avere conseguenze molto gravi per la fauna ittica. «Restiamo fortemente contrari all’abbassamento del Dmv perché, in queste condizioni, potrebbe essere fatale. Se però questi prelievi dovessero comunque essere effettuati, sarebbe opportuno concentrarli nelle ore notturne, quando le temperature sono più basse e l’impatto potrebbe risultare meno gravoso». Il timore è che pesci già in sofferenza per il caldo possano subire «il colpo di grazia». In altre parole: «Togliere acqua da corsi d’acqua già surriscaldati significa aumentare ulteriormente lo stress dell’ecosistema, con il concreto rischio di provocare anche morie di pesci».
Contro la decisione si schiera anche Tommaso Bonazza, portavoce del Comitato permanente per la difesa delle acque del Trentino. «Assistiamo con rabbia, rammarico e sgomento a quest’ulteriore attacco all’acqua pubblica per sostenere settori che molto spesso fanno utili astronomici», commenta. Era successo nel 2022 e tristemente il copione si ripete. In tre anni la Provincia non è riuscita a mettere in campo strumenti sufficiente per far fronte a questa siccità e continua ad utilizzare metodi che, in forma ampiamente dimostrata dal punto di vista scientifico, non sono la soluzione alla crisi idrica», conclude. E sulla questione dei bacini di accumulo Bonazza è netto: «Non sono la soluzione. Serve un piano strutturato per la ricarica delle falde acquifere, cosa che chiediamo da anni».

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