L'intervista

lunedì 2 Marzo, 2026

Razi Mohebi e l’avventurosa storia della sua vita in un libro. «Siamo tutti stranieri, sradicati e in cerca di legami»

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Il regista afghano riflette sulla condizione di "avāra", colui che è senza casa ma trova nella condivisione e nel racconto l'unico modo per sentirsi vivo. Martedì l'incontro alla Due Punti con Paola Marcolini

«Ciò che si condivide è vita; ciò che si intende nascondere è morte. E mentre quest’ultima è un fatto certo, la vita è soltanto “probabile”: accade solo se costruiamo qualcosa, se ci leghiamo agli altri e, soprattutto, se lo raccontiamo». È con questa premessa che il regista Razi Mohebi, nato in Afghanistan nel 1971 e a lungo residente a Trento, ha fissato l’avventurosa e drammatica storia della sua vita nel libro «Il re del nulla» (Albatros Edizioni). Il volume, scritto a quattro mani con Paola Marcolini, sarà presentato martedì alle 18 alla libreria Due Punti di Trento dagli autori, in dialogo con Michele Nardelli.

Un libro insolito, frutto dell’incontro tra due autori diversi ma soprattutto tra due mondi in apparenza lontanissimi, uniti in una sintesi che è da un lato l’avvincente racconto della formazione di un artista sullo sfondo di vicende che hanno segnato la storia mondiale contemporanea e dall’altro – soprattutto – un viaggio poetico e filosofico secondo suggestioni difficilmente catalogabili per un lettore occidentale.

Mohebi, infatti, sullo sfondo del racconto di un’infanzia dal sapore esotico, fatta di montagne desertiche popolate da nomadi, pastori, cani randagi e cammelli – in cui scopre gradualmente la vastità del mondo e la vocazione artistica – parla soprattutto di altro. Il libro, spiegano gli autori, è infatti innanzitutto una riflessione su cosa significhi essere vivi, sulla ricerca della saggezza e della verità, ma anche sulla gentilezza e sulla necessità di opporsi all’ingiustizia e alla guerra, nella convinzione che scrivere sia un modo per «guarire le ferite» che ognuno ha.

Marcolini – ex allieva di Mohebi al teatro Spazio 14, e sulla cui opera ha scritto anche la tesi di laurea – ha raccolto per anni le memorie dell’artista in quaderni fitti di appunti, nello sforzo di tradurne il pensiero in un linguaggio comprensibile e in grado di catturare il lettore italiano. «La prima sfida cruciale – spiega – è stata la necessità di trovare un linguaggio comune: cercare non solo le parole, ma i concetti e i modi di raccontarli che racchiudessero sia quello che intende una persona afghana sia quello che può essere compreso da un italiano. Farlo – prosegue Marcolini – significa mettersi a nudo: uscendo dalla tua lingua non hai parole dietro le quali nasconderti. Sei costretto a metterti davanti all’altro». Un processo lungo e faticoso che, aggiunge, alla fine è diventato quasi simbiotico: «Dopo un po’ Razi iniziava le frasi e io riuscivo a finirle. Avevo ormai capito come funzionava la sua mente».

Il pensiero di Mohebi, continua Marcolini, ruota spesso intorno a concetti come nulla (da cui il titolo), buio, silenzio, che a prima vista rimandano a un’accezione negativa, ma che per il regista rappresentano il primo passo verso la conoscenza: «Dal buio e dal dubbio – spiega Mohebi – nascono la vita e l’immaginazione. Da qui bisogna partire, ma nella città sempre illuminata non lo troviamo più».

Nelle pagine, intanto, sfilano le tragedie che hanno investito l’Afghanistan e il Medio Oriente di quegli anni – dall’invasione sovietica del 1979 all’arrivo dei talebani – e le vicende del futuro autore, a partire dalla fuga, da giovanissimo, prima in Pakistan e poi in Iran, dove si sarebbe fermato trovando l’opportunità di studiare, diventare regista e artista visivo, e conoscere la sua futura compagna di vita, arte e ricerca, la regista Soheila Javaheri.

In questo contesto il futuro regista trova lentamente la sua strada, a volte con improvvise illuminazioni sul suo futuro di artista in contesti inaspettati. «Per raggiungere mia madre di notte dovevo attraversare una zona sotterranea e buia dove venivano tenuti dei tori. Ero terrorizzato. Poi ho scoperto che, se li guardavo e immaginavo di chiuderli dentro una cornice come dei quadri, mi sentivo un po’ più libero, non avevo più paura. È da lì che tutto è cominciato».

Appartenente a una minoranza – quella hazara – già in Afghanistan, Mohebi non ha mai smesso di sentirsi straniero, un concetto che permea tutte le pagine del libro: «Mi considero un “avāra”, un termine persiano che non esiste nelle lingue occidentali: una persona senza patria, senza casa, senza riferimenti certi». È questo, spiega, che vivono i rifugiati che l’Europa accoglie ma allo stesso tempo non integra veramente, come aveva promesso. Ma lo status di sradicato, prosegue, si applica a tutti: «È avāra chiunque sia rimasto in trappola in questo mondo capitalista: in fondo, siamo tutti stranieri».

Per Mohebi, infatti, la vita è l’opposto del concetto oggi dominante di proprietà: «Siamo quello che prendiamo e che lasciamo agli altri, non possediamo nulla: viviamo in un cerchio continuo di affidamenti». Per questo, conclude, dobbiamo impegnarci a migliorare le cose, a partire dal rifiuto della guerra. «Io che l’ho vissuta ho capito che non dobbiamo giudicare tanto quelli che compiono violenze: sono immersi nel sistema e non hanno la capacità di cambiarlo. I più colpevoli sono quelli che non sono direttamente coinvolti: possono cambiare il gioco, ma rimangono in silenzio».

Cambiare le cose e conoscere se stessi vanno di pari passo, e il cammino va intrapreso con gioia, come se fosse un gioco: «Scoprire il mondo e anche se stessi deve essere visto come un gioco, in cui contano la gentilezza, l’amore e la saggezza».