Il retroscena
martedì 28 Novembre, 2023
Politica, il retroscena. Il messaggio a Fugatti dei «consiglieri ribelli» di Fdi: «Noi siamo con te»
di Donatello Baldo
La linea Urzì esce indebolita se non annullata. Si rafforza Fugatti che ora ha con sé una coalizione unita, al netto di Gerosa che però vale uno
Quello che è successo ieri in Consiglio regionale, lo strappo di quattro consiglieri su cinque di Fratelli d’Italia rispetto alla linea del partito, è un messaggio. Anzi, due. A Urzì e Donzelli e a tutti i vertici: «Qui decidiamo noi e non voi». L’altro è per Fugatti: «Quattro dei cinque consiglieri del gruppo non sono proni ai diktat romani e non sono al servizio delle volontà di Gerosa che a tutti i costi vuole la vicepresidenza, ma sono invece pronti a rompere anche sulle questioni trentine». La giunta, insomma, può partire. Ma a questo punto l’interlocuzione non è più necessariamente con il commissario meloniano, perché i voti per sostenere la maggioranza ci sono in ogni caso, perché quella isolata è solo Gerosa che conta per uno.
Claudio Cia, l’ex capogruppo che ha portato Fratelli d’Italia nelle istituzioni nella scorsa legislatura e gli amministratori eletti in questa tornata, l’ex sindaco di Campodenno Daniele Biada, l’ex sindaco di Mezzolombardo Christian Girardi e l’ex assessore Carlo Daldoss hanno provocato una frattura che non potrà più essere ricomposta. Tant’è che Urzì, nella serata di ieri, invia una nota ufficiale che prende le distanze dal voto in Consiglio regionale a favore del leghista Roberto Paccher, in dissenso dalla linea del partito. La posizione di Fratelli d’Italia e’ chiara: «I consiglieri provinciali che oggi hanno votato hanno scelto di farlo a titolo personale e la loro scelta non rappresenta quella ufficiale del partito. La situazione dei quattro eletti verrà verificata e valutata nel merito». La risposta dei quattro non è arrivata, ma è facile immaginare che assomigli suppergiù al motto di altri tempi, quello del me-ne-frego. Cosa può decidere infatti il partito? Cacciarli? Perdendo così quattro consiglieri su cinque? Può essere. Rimarrebbe Gerosa dura e pura. Ma a questo punto come consigliera semplice, degradata dalla tanto agognata vicepresidenza e cacciata pure dalla giunta provinciale.
Quello che può succedere, ora, è che i quattro spieghino a Fugatti che loro ci sono, e che sono loro a decidere come spenderanno i loro voti. Il peso, in politica, non è solo l’autorevolezza, spesso è nei numeri, e quelli non sono più nelle disponibilità di commissario trentino Alessandro Urzì o del coordinatore nazionale Giovanni Donzelli. E se pure intervenisse Giorgia Meloni in persona le cose non cambierebbero. Quello che è successo ieri in Consiglio regionale è stato studiato nei dettagli e ha a che fare con la giunta provinciale, per sbloccare lo stallo.
Fugatti ha ora la possibilità di fare le sue mosse. Potrebbe infierire e prendere atto della situazione: accompagnare alla porta Gerosa e strappare il decreto che la nomina assessora. Rimarrebbe in giunta Claudio Cia e entrebbe al posto di Gerosa Carlo Daldoss. Gli altri sarebbero ricompensati per la loro lealtà in altri modi, anche forse con la stessa presidenza del Consiglio provinciale, perché no. Ma Fugatti potrebbe fare anche il magnanimo e lasciare Gerosa in giunta, perlomeno fino a quando gli fa comodo, o fino a quando non commette qualche errore: di sicuro non la difenderebbe e anche in quel caso le indicherebbe la porta. Rimarrebbe, ma a un patto: niente vicepresidenza e niente deleghe ulteriori. Testa bassa, insomma, umiliazione da forche caudine.
Gerosa, ieri, diceva che tutto può succedere ma la testa non l’abbasserà mai. Alla porta potrebbe andarci da sola, e sbatterla quando esce perché lo ha sempre detto: «La vicepresidenza è nei patti e non farò l’assessora semplice». Il rifiuto dell’incarico e delle deleghe porterebbe in giunta — come nel primo caso — Carlo Daldoss, e pace se non tutti i leghisti vorrebbero sedersi vicino all’ex assessore tecnico di Rossi.
Quel che è certo è che quella di ieri è stata la giornata della svolta. Fratelli d’Italia, e la linea Urzì, escono indeboliti. Quasi annientati. Fugatti esce invece rafforzato. Può contare sull’intera sua maggioranza, meno una: Gerosa. Sono in tutto 20, per governare il minimo è 18.
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