L'intervista
domenica 15 Marzo, 2026
Pietro Weber, il poeta delle «sentinelle» in terracotta che porta l’arte (e i colori) del mondo a Denno. «Seguo istinto e libertà»
L'artista racconta la sua fucina di Denno, dove le figure antropomorfe incontrano il fascino dell'etnografia mondiale
Per vedere Pietro Weber all’opera basta scendere da Piazza Vittorio Emanuele, il cuore di Denno, per via Roma e in poche centinaia di metri si raggiunge Piazza San Giovanni: poco più di uno slargo, impreziosito dall’edificio più antico del paese. Palazzo Paternoster, origini duecentesche, con molti elementi costruttivi che probabilmente derivano dallo scomparso Castello dei De Enno. Al piano terra c’è la fucina artistica, completa di forno per la cottura della ceramica, di Pietro Weber, classe 1959, artista contemporaneo tra i preferiti di Vittorio Sgarbi. Al piano superiore c’è la vera sorpresa: alcune stanze – una completamente rivestita in legno scuro antico – che sono già un piccolo museo.
Weber, come mai la sua attività artistica si trova qui?
«Sono di Denno ma questa non è la mia casa. Devo ringraziare la famiglia Paternoster, che l’ha ereditata dai propri avi. Questo edificio è un gioiello. C’è un cortile trapezoidale dove d’estate si ospitano fino a 170 persone per concerti, e un loggiato dove espongo le mie opere, oltre a due antiche stanze. Mi piace che la struttura mostri i segni del tempo. Certo, si pensa a un restauro: il 70% sarebbe finanziabile con i fondi per le architetture storiche da preservare».
Questo è il suo spazio creativo, ma com’è nata in lei la passione per l’arte, fino a farla diventare un artista professionista, che vive d’arte?
«I miei genitori emigrarono a Torino in cerca di una vita migliore. Io ho sempre avuto un’ottima manualità. Mio fratello maggiore mi iscrisse alla scuola d’arte. Fu la mia fortuna. Poi frequentai un’accademia. Ho fatto vari lavori: pavimenti in legno, imbianchino, posatore di carta da parati. Poi solo arte».
Come si definirebbe, come artista?
«Mi piace sperimentare e devo sentirmi libero. Io amo profondamente la materia: ho lavorato legno, tessuti, ferro, terra. Negli ultimi 25 anni mi sono concentrato sulle terrecotte».
L’ispirazione da dove arriva?
«Sono un istintivo. Non mi piace programmare. Ho viaggiato molto. Dal Senegal alla Turchia, e mi ispiro alle culture primitive di tutti i continenti, che hanno molto in comune… a cominciare da colori, etnografia, attrezzi agricoli, per dire».
Ecco, queste realizzazioni in terracotta alte e snelle, con viso antropomorfo. La caratterizzano e si chiamano sentinelle. Perché?
«Anni fa dovevo esporre al Castello di Pergine e la presenza delle torri medievali me le ispirò. Cosa rappresentano? Preferisco siano le persone a farsi ognuna una propria idea».
Con il passare degli anni come si è evoluta la sua arte?
«Invecchiando, probabilmente, uso di più i colori, vivi, sgargianti. Con cere e acrilici. Alcune opere le ho realizzate recuperando pezzi di stufe a ole di Sfruz dismesse».
Cos’è, allora, l’arte?
«Vita, libertà. Per i popoli africani l’arte è naturale, non un’attività a parte rispetto alla vita».