Dal tribunale
lunedì 2 Febbraio, 2026
Pedopornografia, il trentino arrestato indagato con altre cinque persone. L’accusa: «Assisteva “live” alle violenze via chat»
di Ubaldo Cordellini
L'accusato ha un'alta istruzione e un lavoro di responsabilità. E caso non è isolato, come è emerso dal lavoro della Procura di Milano
Ha ammesso tutto, il trentino di 47 anni arrestato in flagranza la scorsa settimana per detenzione e produzione di materiale pedopornografico. La casa dell’uomo, indagato in una maxi inchiesta della Procura di Milano, era stata perquisita la settimana scorsa e nei computer del trentino erano stati trovati oltre 35 mila file contenenti filmati e immagini più che espliciti con protagoniste bambine e ragazzine minorenni.
L’uomo, che ha un alto grado di istruzione, un lavoro di responsabilità ed è sposato senza figli, è stato interrogato dal gip di Trento Enrico Borrelli e ha confessato tutto aggiungendo che ha intenzione di avviare un percorso psicologico che lo aiuti a uscire da questo vortice in cui è caduto da anni e dal quale non è mai riuscito a uscire da solo. Per il momento resta in carcere.
Con lui sono indagate altre cinque persone per violenza sessuale online, a distanza, ai danni di minori. Di questi cinque, un uomo di 31 anni di Reggio Calabria è stato anch’esso arrestato. Anche a carico degli altri indagati, «di età compresa tra i 47 e i 57 anni, residenti nelle province di Roma, Latina, Brescia e Milano, è stato rinvenuto e sequestrato un importante quantitativo di materiale informatico, che verrà sottoposto ad analisi per ricostruire i fatti di indagine, per appurare il coinvolgimento di ulteriori soggetti e l’identificazione dei minori coinvolti, in collaborazione con le agenzie internazionali».
Il procuratore di Milano Marcello Viola ha parlato ieri di una «vera e propria industria di abusi sessuali online nei confronti di bambini». Violenze che avvenivano «materialmente nei Paesi del sud-est asiatico», tra cui Vietnam e Thailandia, «con la complicità anche di alcune famiglie» e che poi «venivano trasmesse su chat in live streaming e queste persone pagavano per vederle in diretta».
A tutti e sei gli indagati, incensurati e con un profilo anche lavorativo all’apparenza normale, viene contestato nelle indagini il concorso nelle violenze sessuali, proprio per la loro «partecipazione attiva come clienti a quella mercificazione e schiavizzazione dei bambini, tanto che davano indicazioni, durante queste “dirette”, sugli abusi».
Gli investigatori e gli inquirenti per la prima volta sono riusciti «a bucare questo fenomeno già conosciuto», individuando le transazioni, ossia quei tantissimi invii, per «non destare sospetti», di piccole somme di denaro, come 15 dollari alla volta, che i clienti «pagavano in cambio di quelle immagini da remoto e in diretta». Con particolari tecniche informatiche nelle indagini si è riusciti anche a risalire agli utenti online, lavorando sul dark web e su profili criptati.