L'operazione
giovedì 24 Settembre, 2026
Operazione Aquila Nera: ecco come le tre bande si erano divisi spaccio e traffico di esseri umani
di Ubaldo Cordellini
Il linguaggio in codice della banda di trafficanti. Cocaina a 45mila euro al chilo
La coca diventava arance o piastrelle nel linguaggio in codice delle tre bande che si spartivano il mercato della cocaina in Trentino. Tre gruppi criminali, due guidati da cittadini di origine albanese e uno da un sudamericano. Quest’ultima filiale aveva diversificato l’attività dedicandosi, oltre al core business della droga, anche alla tratta di migranti siriani che venivano prelevati in Ungheria e portati in Italia con furgoni per la modica cifra di 700 euro a testa. Gli altri due gruppi, invece, per fare più soldi avevano puntato a trasformare la cocaina in crack con l’aiuto di un chimico. Un quadro davvero sconfortante e preoccupante quello dipinto dall’inchiesta «Aquila nera» dei carabinieri di Trento coordinati dalle pm Alessandra Liverani e Maria Colpani della direzione distrettuale antimafia. Dal 2023 i militari hanno seguito, pedinato e intercettato i componenti delle tre bande che talvolta sovrapponevano i loro interessi. L’altro ieri, poi, hanno tirato la rete in barca eseguendo 28 misure cautelari emesse con ordinanza dal gip Gianmarco Giua. Sono finiti in carcere in 13, mentre altri 8 sono uccel di bosco all’estero. Gli altri, invece, sono stati colpiti dalla misura dell’obbligo di dimora. Altri 22 indagati sono a piede libero. Ieri gran parte degli arrestati sono comparsi online davanti al gip Giua per l’interrogatorio di garanzia. Solo uno ha risposto alle domande. Delle tre bande facevano parte anche una decina di italiani dei quali alcuni erano molto attivi nel procurarsi la droga per smerciarla attraverso una rete ramificata che andava dall’alto Garda fino a tutto il Trentino. Si tratta di persone con un lavoro che spacciavano per avidità. C’era chi faceva l’artigiano e chi chi l’operaio. Poi il doppio lavoro da spacciatore e trafficante di cocaina. La droga veniva importata dall’Olanda o direttamente dall’America latina o, il più delle volte, dalla Lombardia o altre regioni italiane.
«Arance e piastrelle»
In una delle intercettazioni uno degli uomini colpiti dalla misura annuncia a un altro sodale l’arrivo di un’acquirente: «Arriva un’amica per le arance falle una bella spremuta». In alte intercettazioni il codice cambia, si parla di piastrelle e colore oppure di aperitivi, caffè, cioccolato, crema, spago e parafango. Tutti modi per indicare la droga che veniva poi piazzata a una rete di clienti che andava da ragazzi giovani a liberi professionisti. Per i trasporti, le bande usavano una serie di precauzioni come l’uso di automobili di altre persone che non facevano parte del giro, la protezione di auto schermo e staffette che precedevano le macchine che portavano la droga. Le consegne avvenivano sempre in luoghi pubblici, bar, parcheggi e centri commerciali mentre poi la droga veniva conservata in appartamenti privati apparentemente insospettabili.
I prezzi
La coca aveva un costo non indifferente. In una conversazione telefonica si parla di «piastrelle che costano 45mila euro al chilo», un po’ carette se fosse banale gres porcellanato. Poi in un’altra telefonata si parla di «2300 euro per 50 grammi» o anche di «50 euro per un pensierino». Una volta la banda sudamericana ha tentato il colpo grosso importando 5 chili di cocaina dal Paraguay, ma è andata male perché il carico è stato intercettato all’aeroporto di Asuncion.
Il boss col telefono in carcere
Una delle bande era guidata da Artur Hysa, detto «Kuqi il rosso», che, nonostante fosse detenuto nel carcere di Trieste, riusciva a impartire ordini e direttive ai componenti del sodalizio criminale grazie ad alcuni telefonini che gli venivano consegnati da due donne. Hysa selezionava i fornitori e gestiva dal carcere i rapporti con loro, decideva quanto pagare e anche come procedere agli acquisti.
Tratta di migranti
La banda con a capo un cittadino di origine sudamericana aveva anche individuato lo sfruttamento della voglia di scappare dalla miseria e dalla guerra dei migranti siriani un modo facile per fare soldi. Per questo la banda aveva noleggiato un furgone ed era andata fino in Slovacchia a caricare i migranti che pagavano da 500 a 700 euro a testa per essere portati in Italia.
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