Il caso
mercoledì 18 Marzo, 2026
Omicidio di Fausto e Iaio: si va verso la proroga delle indagini a 48 anni dal delitto. E si cercano collegamenti balistici
di Paolo Morando
La Procura di Milano prosegue gli accertamenti sulla pista dei Nar
Si va verso una proroga, per ulteriori sei mesi, delle indagini della Procura di Milano sull’assassinio del trentino Fausto Tinelli e di Lorenzo Iannucci. Si tratta di «Fausto e Iaio», i due diciottenni uccisi a colpi di pistola il 18 marzo del 1978 (quindi ad appena due giorni dal rapimento di Aldo Moro in via Fani a Roma e dall’uccisione della sua scorta) in via Mancinelli, nei pressi del centro sociale Leoncavallo.
Oggi pomeriggio tra l’altro, nel quarantottesimo anniversario del duplice delitto ancora irrisolto, Fausto e Iaio verranno ricordati in via Mancinelli, in un presidio organizzato dal Leoncavallo (ora senza sede) e dall’Associazione familiari e amici di Fausto e Iaio. Ci saranno anche la Banda Popolare dell’Emilia Rossa, il musicista Alessio Lega e gli Assalti Frontali, storico gruppo romano di rap militante.
La Procura di Milano ha riaperto l’inchiesta ormai quasi un anno fa: riguarda gli estremisti di destra Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi, dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari di Mambro, Fioravanti, Cavallini e Ciavardini, tutti condannati con sentenza definita per la strage di Bologna), la cui posizione era peraltro già stata archiviata nel 2000 dalla giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo. E allora si trattava dell’ottava inchiesta in ventidue anni, dopo che le carte erano passate per le mani di otto magistrati.
Nel corso di questi mesi le indagini svolte dalla Digos, coordinate dai pm Francesca Crupi e Leonardo Lesti, sono ripartite dagli elementi di allora, scontrandosi però con l’esito inconcludente delle inchieste del passato, a partire dalla scomparsa di un importante reperto giudiziario rinvenuto all’epoca sul luogo del delitto: un berretto blu di lana intriso di sangue. Spariti negli archivi anche gli otto proiettili calibro 7.65 esplosi da una Beretta 34 con canna modificata, quasi certamente munita di silenziatore e avvolta in un sacchetto, per non disperdere i bossoli sottraendoli così alle indagini balistiche. Una «pratica» comune proprio nell’ambito del terrorismo di destra.
Quei proiettili, molto probabilmente, sono però andati distrutti nel corso degli anni, benché allo stato manchi il verbale della loro distruzione. Esistono, però, 14 fotografie a colori da diverse angolature, recuperate nei faldoni e valorizzate dal legale delle famiglie dei due giovani, l’avvocato Nicola Brigida, come possibile elemento per sondare la pista delle armi attraverso comparazioni. Sono immagini che mostrano proiettili con sei rigature destrorse, utili dunque per un confronto con quelli esplosi da altre armi relative ad altri delitti. Ad esempio, quella che venne utilizzata per uccidere il giornalista Mino Pecorelli, altro delitto a lungo attribuito ai Nar ma pure tuttora irrisolto.
Brigida è legale di parte civile anche nel processo in corso in Corte d’assise ad Alessandria sui fatti della Cascina Spiotta di cinquantuno anni fa, dove in una sparatoria trovarono la morte l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la trentina Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse. In quella sede il legale milanese patrocina i familiari di D’Alfonso. Sul caso di Fausto e Iaio, Brigida spiega che le loro famiglie hanno fiducia nel fatto che possa essere fatta giustizia, anche a distanza di tanti anni, «collegando» appunto quanto avvenne quella notte in via Mancinelli ad altri episodi tragici legati a una matrice di destra. Quella delle armi è peraltro solo una delle piste esplorate dalla Procura di Milano, che nella nuova inchiesta ha raccolto anche testimonianze confluite in una informativa. E un ulteriore rapporto dovrebbe essere depositato a breve.
Sono stati analizzati anche i volantini di rivendicazione dell’epoca e le macchine da scrivere usate dai neofascisti romani negli anni ’70. Preannunciato da una telefonata anonima il 23 marzo 1978, un volantino fu infatti rinvenuto in triplice copia in una cabina telefonica in via Leone IV, a Roma, firmato «Esercito Nazionale Rivoluzionario – Brigata combattente Franco Anselmi», terrorista dei Nuclei Armati Rivoluzionari morto durante una rapina il 6 marzo del 1978, pochi giorni prima dell’assassinio di Fausto e Iaio in via Mancinelli. Il testo recitava così: «Una nostra brigata armata di Milano ha giustiziato i servi del sistema Tinelli Fausto e Iannucci Lorenzo. Con questo gesto vogliamo vendicare la morte di tutti i camerati assassinati».
Altri elementi sarebbero venuti da indagini partite dall’arresto il 24 luglio 1979 a Roma di Corsi, per la violenta aggressione ai danni di una coppia di giovani di sinistra. Perquisito e arrestato, Corsi fu trovato in possesso di fotografie realizzate ai funerali di Fausto e Iaio: immagini originali, non ritagli di giornale. E Corsi aveva spiegato la circostanza parlando di un omaggio da parte di un suo zio, che era effettivamente fotoreporter. Ma era apparsa una giustificazione labile, e anzi ulteriormente indiziante. Sono addirittura una mezza dozzina gli ex terroristi di estrema destra che, come collaboratori di giustizia, nel corso degli anni hanno attribuito ai Nar la paternità di quel delitto. Mai però vi sono state precise chiamate in correità.
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